Sri Lanka – giorno 3

24 aprile 2018

Oggi giornata all’insegna del riposo, o quasi.

Prima colazione al Thilanka Hotel un gran bel miglioramento rispetto all’hotel in cui avevamo alloggiato precedentemente. Quest’albergo direi che raggiunge quasi gli standard del Jetwing Lagoon Hotel in cui abbiamo alloggiato i primi due giorni per il matrimonio della nostra amica.
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Ci attende in sala una colazione a buffet piuttosto variegata, con un menù decisamente internazionale: da latte, cereali e croissant (o brioche), alla colazione inglese con bacon, uova fritte e fagioli, all’americana con pancake e sciroppo d’acero, a quella tradizionale del luogo che include curry, dahl, sambolstring hoppers (nidi di noodle di riso) e milk rice (riso cotto nel latte di cocco dall’aspetto ammassato e non estremamente invitante) e  infine frutta fresca assortita con papaya, ananas, anguria e mango. Come bevande, immancabili tè, caffè e succhi di frutta freschi.
Dopo l’abbondante colazione, ci siamo goduti la piscina per qualche ora, sempre rincorrendo l’ombra per evitare che la nostra scottatura peggiorasse. Per fortuna la piscina dell’hotel era parzialmente all’ombra, quindi siamo riusciti a goderci la frescura dell’acqua senza doverci esporre troppo ai raggi solari.
All’una del pomeriggio eravamo nel van in direzione Polonnaruwa.
Le rovine della città di Polonnaruwa sono certamente tra le attrazioni principali del triangolo culturale formato dalle città di Kandy, Anuradhapura e Polonnaruwa.
Mentre Anurandhapura stava iniziando a soffocare a causa dei persistenti tentativi di conquista dall’India, Polonnaruwa mostra le sue forze rubandole il titolo di capitale del regno singalese con Vijayabahu nel 1055. La città riuscì a mantenere tale titolo durante i due regni seguenti, quello del re Parakramabahu e del principe tamil Nissankamalla. Nel 1996, dopo la morte di quest’ultimo sovrano, iniziò il declino della città dovuto alla formazione di fazioni opposte, tamil e singalese, pronte a scontrarsi per il potere. Questi contrasti terminarono con il regno di Magha, di origine tamil, che si rivelò catastrofico e che causò il declino della città e il suo susseguente abbandono nel 1293, anno in cui Kurunegala divenne capitale.  La città venne così inghiottita dalla giungla fino a metà degli anni ’90, quando iniziarono i primi scavi e tentativi di riportare le suerovine alla luce.
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La nostra visita inizia al museo che, nonostante agli occhi di un occidentale lasci un bel po a desiderare, risulta essere uno dei migliori del Paese. La mostra permanente si pone come obiettivo quello di riportare alla luce tramite fotografie e modellini, l’antica Polonnaruwa. Allo stesso tempo, permette al visitatore di immaginare  e ricreare le bellezze di uno degli insediamenti più importanti e prosperi del passato locale.
Purtroppo il lungo edificio che ospita la mostra non è provvisto di aria condizionata. Questa ha decisamente accellerato i tempi della nostra visita.
È difficile descrivere i resti della città, lascerò quindi parlare le mie foto. Sembrava di stare in una valle dei tempi asiatica, in cui perdersi tra pietre e scorci di colonne e bellezze antiche che hanno assistito inermi allo scorrere dei secoli.

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Il caldo era opprimente, i raggi del sole penetravano le nostre magliette. il luogo quasi deserto.
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 Di ritorno dal Buddist Temple (ultima foto sopra) siamo passati vicino ad una laguna che ci regalato scorci di un lussureggiante verde smeraldo.
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Di ritorno verso l’hotel, abbiamo chiesto a Chami di fermarsi in una tavola calda locale. Così ci ha portati in un piccolo locale ad Habarana. Ottima esperienza, direi.
All’inizio qualcuno di noi era un po diffidente sulle condizioni igieniche del posto, del resto il locale di per sè era molto povero, con anche l’intonaco delle pareti trascurato che trasudata umidità e noncuranza. I tavoli e il resto della mobilia era anch’essa molto povera. LA signora che ci ha serviti, probabilmente la padrona del locale, è stata molto gentile però e ha lavato con acqua bollente le nostre posate e i nostri bicchieri, per sterilizzarli. E ci ha portato un’ottima selezione di snack come antipasto, qualcosa che io da siciliana accosterei ai nostri pezzi di rosticceria. Non potevano mancare i medu vada che avevamo assaggiato il primo giorno, e i samosa.
Come main, abbiamo preso quello che per me è il piatto più buono della cucina singalese: kotthu, un piatto a base di roti (pane non lievitato) mescolato su una piastra bollente insieme a verdure, uova e carne – ma io preferisco l’opzione vegetariana.
Kotthu
Nonostante la fame, le copiosità delle portate ha vinto sul nostro appetito e non siamo riusciti a terminare ciò che avevamo ordinato.
Il conto è stata un’altra bella sorpresa: solo 1200 rupie (equivalente a circa 6 euro) in tutto. Che di solito diventa il prezzo base per un solo piatto in un ristorante per turisti.

Sri Lanka – giorno 2

23 aprile 2018

La scottatura di ieri si è fatta sentire ancor di più stamane, regalandoci  una pelle indolenzita di color aragosta. Siamo tutti, o quasi, vittime indiscutibili dello snorkeling del giorno prima a Pigeon Island.

Dopo un’abbondante colazione, che però includeva paste del giorno prima, abbiamo lasciato il Pigeon Island Resort e ci siamo diretti verso il nuovo hotel a Dambulla. Il nuovo albergo, Thilanka Resort and Spa, nonostante sia in ristrutturazione ci ha piacevolmente sorpresi con un’ottima accoglienza:  un fresco succo d’arancia verde (buonissimo) e delle mini asciugamani fresche, proprio quello che ci voleva.

Dopo aver sistemato le valige in camera, Chami ci ha accompagnati al villaggio di Habarana, dove ci atendeva un tour speciale al villaggio vicino di Hiriwadunna.

 

Abbiamo cambiato giusto un paio di mezzi durante quest’esperienza: prima un carro  trainato da buoi, poi una canoa per attraversare il lago Hiriwadunna, ed infine il mezzo di trasport d’eccellenza qui in Sri lanka: il tuc tuc. Dopo aver attraversato il lago in canoa, siamo stati accolti in una piccola capanna da una signora dalle sue due figlie graziosamente vestite a fiori.

La signora aveva cucinato per noi un delizioso pranzetto. Prima di tutto ci ha mostrato come preparare la sambol (cocco macinato con peperoncino, lime, sale, pomodoro e cipolla), e poi ha adagiato sul tavolo due file di scodelle con salse al curry, riso, e altre leccornie. Abbiamo mangiato alla maniera tradizionale: con una foglia di banano come piatto e senza posate, usando le dita. Tutto squisito, anche se continuavo a chiedermi quanto di autentico ci fosse in queste graziosissima messa in scena della cultura locale srilankese.

Dopo aver bevuto dell’acqua -rigorosamente imbottigliata- da mezzelune di cocco, abbiamo assistito a come si prepara il riso dalla materia prima, a come si macina la farina per preparare i roti e infine come s’intrecciano le palme che si vedono su molte case come soffitti o separé. Infine siamo tornati alla punto di partenza in tuc tuc.

Seconda tappa della giornata: Cave temple.

La storia narra che intorno all’anno 100 A.C. il re Vattagamini venne sconfitto da invasori tamil e dovette nascondersi per 14 anni, trovando rifugio in delle grotte. Quando riuscì a tornare al potere fece costruire in quelle stesse grotte dei templi per ringraziare gli dei.

Anche il re Nissankamalla, detto il glorioso, duecento anni dopo continuò il lavoro inziato dal suo predecessore, arricchendo le grotte con sontuose decorazioni, e così fecero anche altri sovrani che gli succedettero fino al XVIII secolo.

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Si giunge alle grotte salendo una lunga scalinata e, lasciati i calzari, si entra nel tempio a piedi nudi.

Sono 5 le cave e, eccetto la prima, sono tutte alquanto spaziose e fresche. Nella prima grotta si trova un buddha dormiente con gomiti dorati, spesso coperti da dei panni. La statua è lunga 14 metri; la seconda grotta è forse la più spettacolare del complesso, con molteplici statue del Buddha e anche di Vatttagamini e di Nissankamalla;l a terza grotta raccolgie gli affreschi in miglior stato della struttura; la quarta è piuttosto piccola e la quinta è la più moderna.

Usciti dal tempio, lungo la discesa verso il golden temple, si può ammirare un panorama mozzafiato e vedere anche in lontananza il profilo dell’antico palazzo di Sigirya, patrimonio mondiale dell’umanità.

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Il golden temple non ci ha suscitato grandi emozioni, in realtà l’imponenza della statua è visibile anche da lontano. Forse sarà stata la lunga discesa e il dover tornare al punto di partenza.

Ultima attività della giornata: visita del Popham Arboretum.

Fondato da Sam Popham, un botanico esperto in arbusti, nel 1963 l’arboretum consta di 36 acri e quasi 300 specie di piante ed alberi.

Noi l’abbiamo visitato in tarda serata nella speranza di vedere la fauna che si è spontaneamente adattata all’ambiente, come lemuri, tragulidi e pangolini. Noi abbiamo visto solo i primi due e qualche uccello appollaiato su un albero. È stata un’esperienza interessante: camminare in fila al buio nella foresta, in silenzio. Si sentiva solo il rumore delle nostre scarpe sul selciato o sulle fronde e la voce della guida “Come, Come!”.

Forse per l’estrema stanchezza, forse anche perché gli animali erano spesso lontani, non siamo rimasti propriamente soddisfatti. Una visita diurna ci avrebbe permesso di vedere la flora almeno, nonostante in quel caso sarebbe stato quasi impossibile vedere i lemuri.

Dopo la visita abbiamo fatto una chiacchierata con il signor Amarasinghe, che dopo Popham si è preso  carico del progetto. Ci ha mostrato varie foto della flora e della fauna del luogo. Forse è stata la parte più bella della nostra visita: conoscere chi porta avanti l’arboretum con passione, nonostante qualche difficoltà dovuta al continuo espandersi della città di Dambulla.

l progetto è molto affascinante, la vegetazione è quasi completamente spontanea, l’unico intervento umano riguarda la rimozione di piante infestanti. Un piccolo paradiso naturale per preservare flora e fauna del luogo.

Sri Lanka – giorno 1

22 aprile 2018

Oggi è in realtà il primo vero giorno del nostro viaggio in Sri Lanka.

Siamo arrivati qualche giorno fa a dir il vero, e abbiamo alloggiato al Letwing Lagoon per due giorni in occasione del matrimonio di un’amica. Il giorno seguente, dopo un’ultima nuotata nella piscina dell’hotel (di ben 100 metri!), abbiamo incontrato Chami, il nostro autista/guida, che ci ha portati da Negombo a Trincomalee, ovvero dall’altra parte dell’isola.

L’hotel dove alloggiamo è carino- ovviamente non raggiunge gli standard di quello di Negombo, ma si è rivelato una perfetta base d’appoggio per due notti. Ieri sera abbiamo anche cenato in hotel. Finalmente una cena a base di pesce fresco, anche se un po’ troppo cotto. Ma dato che ci era capitato anche altre volte, pensiamo possa essere il modo in cui il pesce viene servito qui in Sri Lanka.

Siamo davvero carichi stamattina: oggi inizia davvero la nostra avventura.

Nonostante qualche spiacevole sorpresa – secondo l’agenzia la prima escursione non era inclusa nel nostro pacchetto- la giornata è stata più che piacevole.

Alle 8 del mattino siamo andati a Pigeon Island, a soli pochi minuti in barca dall’hotel.

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Era da qualche anno ormai che non mi capitava di rilassarmi così tanto in mare. Ormai quando torno in Sicilia, avendo pochi giorni a disposizione, andare al mare è diventato un impegno marginale rispetto allo stare con famiglia e amici. Eppure vivendo in una città i cui colori predominanti sono il grigio biancastro del cielo nuvoloso,  il verde brillante dei prati rigogliosi e il giallo ocra degli edifici medievali di Oxford, il blu è proprio un colore di cui si sente la mancanza. E oggi eravamo circondati da varie tonalità di blu, tra cielo e mare.

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Sabbia bianca e parzialmente ricoperta da frammenti di coralli, vegetazione rigogliosa e acqua trasparente. Cosa si può chiedere di più?

Inoltre basta prendere maschera, pinne e boccaglio per scoprire dei fondali incantevoli abitati da coralli, pesci tropicali, stelle marine, squaletti (niente di pericoloso, tranquilli) e tartarughe marine (ma noi non siamo stati abbastanza fortunati da vedere queste ultime).

Siamo rimasti a nuotare per tutta la mattina e purtroppo nonostante avessimo messo abbondante crema protezione 50 al rientro in hotel abbiamo appreso a nostre spese che il sole qui picchia davvero.

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Nel pomeriggio, cambio di programma rispetto all’itinerario: giro a Trinco.

La cittadina è sempre stata famosa per il suo porto dalle acque profonde ma negli ultimi anni il suo nome è rimasto legato alla guerra civile che ha turbato il Paese negli anni ’80. Si trovava infatti vicino alla roccaforte dei ribelli e assistette inerme al crescere delle tensioni tra le comunità locali: tamil, mussulmana e singalese.

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La nostra visita pomeridiana si è limitata a Fort Frederick, situato sulla penisola che divide Back Bay da Dutch Bay. Il forte, tuttora in uso, venne originariamente costruito dai portoghesi nel 1623, e da allora passò nelle mani delle varie potenze straniere che colonizzarono l’isola: dagli olandesi agli inglesi, ai francesi, persino ai giapponesi durante la seconda guerra mondiale.

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Abbiamo percorso la strada lungo il forte a piedi, quasi seguendo una processione di abiti dalle stoffe colorate che danzavano al ritmo della brezza marina.

Erano per lo piu famiglie. Alcune di loro ci hanno fermato sorridenti e direi incuriositi, per chiederci da dove venivamo e per avere una foto con noi. Soprattutto i bambini erano quasi incantati da noi e curiosi allo stesso tempo. Un gruppo si è proprio fermato a parlare con noi, un ragazzino faceva da interprete e alla fine ci ha anche fatto un gioco di magia.

Lungo il percorso verso il tempio noterete una costruzione coloniale, la Wellesley Lodge chiamata così per il duca di Wellington, Arthur Wellealey, che visse lì nel 1800.

Alla fine della penisola vi troverete sulla roccia Swami ove sorge il coloratissimo tempio induista di Koneswaram Kovil.

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Questa visita fuori programma si è rivelata davvero piacevole e al ritorno, Chami ci ha fatto trovare una sorpresa: due buste di medu vada (ulundu vadai in tamil), ciambelle fritte di dahl (lenticchie rosse decorticate), peperoncino e coriandolo.

Abbiamo pranzato in un ristorante indiano, da prezzi molto più ragionevoli degli hotel in cui avevamo cenato nei giorni precedenti, e siamo tornati in hotel, ancora leggermente frastornati dal sole.

Diana: Her Fashion Story

Questo è il titolo della mostra aperta al pubblico a Kensington Palace fino al 25 aprile di 2018.

Come accennato nel mio post precedente – Kensington Palace è un luogo strettamente  legato alla principessa Diana. Nel 1981 uno degli appartamenti del palazzo divenne la residenza londinese dei giovani sposi Charles e Diana, e rimase residenza ufficiale di Diana anche dopo il divorzio della coppia nel 1996. È inoltre ancora vivo nella nostra memoria il ricordo del tappeto di fiori di fronte al cancello dopo la tragica morte della principessa nell’ormai lontano 1997.

La mostra Diana: Her Fashion Story si prefigge lo scopo di seguire l’evoluzione dello stile di Diana, e di metterlo in relazione ai profondi cambiamenti avvenuti nella sua breve vita.

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Da capi sognanti e principeschi per una Diana riservata e timida, a monocromatici tailleur con particolari dettagli per visite ufficiali, a lunghi abiti da sera di stoffe pregiate per grandi occasioni.

citazioni di stilisti o guru della moda ricoprono le pareti di alcune sale che ospitano al centro i preziosi capi.

Alcune signore commentano i vestiti ma soprattuto gli eventi in cui furono indossati, tirando fuori dei ricordi legati a quando videro le immagini sui rotocalchi. Chiacchierano allegramente, incuranti degli altri visitatori.

Io percorro le sale in silenzio, osservando le stoffe e leggendo qualche descrizione. È strano immaginare che quei capi, quegli stessi capi che ho di fronte sono gli stessi ritratti nelle  foto in basso, gli stessi indossati da Diana e finiti sulle copertine di milioni di giornali. Esattamente gli stessi.

Uno degli abiti lunghi esposti, di velluto nero, fu indossato in occasione della visita alla Casa Bianca nel 1985. È lo stesso della famosa foto in cui balla con John Travolta. C’è anche un immancabile abito firmato Gianni Versace, grande amico di Diana- lo si vede di sfondo nella seconda foto in alto, sulla sinistra.

L’ultima sala vede esposte delle bellissimo foto scattate da Mario Testino negli anni ’90.

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Si resta un pò incantati da stoffe e decorazioni degli abiti. La mostra mi ha lasciato una strana sensazione, è stato come entrare in un enorme guardaroba che non era il mio, come entrare in una boutique con abiti esposti, ma dietro un vetro. Abiti intoccabili, troppo preziosi. È stato come curiosare in una vita così diversa dalla mia, eppure il suo viso è tuttora così familiare e vivo. Nonostante tutto.

Kensington Palace

Visitare Kensington Palace è davvero semplice se si vive ad Oxford, basta prendere l’Oxford Tube, scendere a Notting Hill, e dopo qualche minuto a piedi, ecco i Kensington Gardens. Così sabato scorso, nonostante le raffiche di neve, abbiamo deciso di visitare questa ben nota attrazione turistica.

Il nome Kensingotn è familiare a molti. I giardini fanno da sfondo alle avventure di Peter Pan in Peter Pan in Kensington Gardens di J.M. Barrie e il palazzo è tuttora residenza reale dei duchi di Cambridge William e Kate, del principe Harry e di altri membri della famiglia reale. Inoltre tutti ricordiamo il tappeto di fiori dinanzi al cancello d’ingresso del palazzo nell’estate del  1997 per la morte di Lady Diana.

Screen Shot 2018-03-19 at 20.30.37Il palazzo, in origine una villetta a due piani, venne acquistata da re William III nel 1689 perché i sovrani volevano trovare una residenza più consona alla cagionevole salute del re, ossia un luogo lontano dalle acque del Tamigi. Christopher Wren venne subito incaricato di ampliare la villetta. L’ingresso principale, spostato ad ovest sull’odierna Palace Avenue, venne sormontato da una torre con orologio e ai lati si costruirono un’ala nord per gli appartamenti della regina, e una sud per quelli del re.

Screen Shot 2018-03-19 at 20.34.00La visita inizia dalla scalinata del re, ricostruita in marmo in seguito a un incendio che nel 1961 distrusse parte delle stanze a sud. I dipinti alle pareti sono di William Kent, che era ancora un pittore poco noto quando re George I gli iniziò a commissionari alcune decorazioni. Gli affreschi della scalinata, completati nel 1725, in realtà furono l’ultima commissione per Kent. Gli invitati a corte salendo i gradini illuminati dalle lanterne a lato avrebbero riconosciuto sulle pareti i volti di alcuni cortigiani dell’epoca. Ad esempio Peter the Wild Boy ritratto nell’ultima scena in verde. Peter era diventato famoso alla corte del re inglese. Era stato trovato all’età di 11 o 12 nelle foreste di Hannover e  venne descritto come un mezzo uomo/mezzo animale Incuriosito dalle storie di questo ragazzo che non era in grado di parlate, re Giorgio, lo fece portare alla propria corte e lo regalò, ahimè lo si considerò quasi alla stregua di un oggetto, alla nuora, la principessa Carolina di Ansbach. Peter fu al centro di dibattiti culturale sul tema del ‘selvaggio’ da parte di Swift e Defoe, il primo trattando l’argomento in modo satirico in The most wonderful wonder that ever appeared to the wonder of the British nation, il secondo analizzandone l’umanità in Mere Nature delineated.

20180317_151202.jpgLa visita continua nella pinacoteca di re William III progettata nel 1695 e che conserva Le Muse di Jacopo Tintoretto; l’Adorazione dei Magi di Veronese, copia parziale di un’opera conservata alla National Gallery di Londra; e l’Alluvione di Jacopo Bassano. Tutte opere acquistate da Charles I dalla collezione Gonzaga e che vennero esposte in questa sala per progetto di William Kent, sotto George I.

Il salotto del re venne arricchito da un affresco sul soffitto (1722) e da opere d’arte alle pareti sotto il regno di George I e grazie ai sapienti interventi di William Kent. Questa stanza era il punto focale della vita a corte in cui il re incontrava membri della corte ambasciatori e sovrani stranieri. Non si trattava solo di visite ufficiali, ma si intrattenevano gli ospiti anche con giochi a carte, balli e banchetti. Nella sala si può ammirare un Venere e Cupido del Vasari, che era una delle opere predilette di re George II. Quando il re tornò da Hannover nel 1735 e scoprì che la regina in sua assenza aveva spostato alcuni quadri, tra cui questo, s’infuriò e ordinò subito che il dipinto tornasse a suo posto.

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La stanza della cupola fu il primo lavoro che George I commissionò a William Kent. splendide forme e sontuosi tinte dorate riescono a coprire la povertà dei materiali usati, non marmi pregiati, ma legno e intonaco. William Kent riuscì infatti a farsi commissionare il suo primo progetto dal re proprio perché chiese un compenso, 300 sterline, di gran lunga  inferiore  rispetto a quello chiesto da un ben più rinomato artista del tempo, Serjeant Painter, che invece ne voleva 800. Il soffitto venne dipinto con al centro il simbolo dell’ordine della giarrettiera, il più alto ordine cavalleresco inglese, per sottolineare la discendenza inglese della famiglia reale, originaria di Hannover. In questa sala venne inoltre battezzata la principessa Victoria, figlia di George II e futura regina.

La Privy Chamber era una delle stanza preferite della regina Caroline e del re George II in cui intrattenevano i propri ospiti. Non a caso venne decorata con ritratti degli antenati inglesi della coppia, proprio per sottolineare il diritto dei sovrani al trono dato nonostante le proprie origini germaniche. I volti così simili di due sorelle, Mary e Anne, scrutano e, allo stesso tempo, incantano i visitatori di oggi.

The Precence Chamber era la stanza in cui il monarca si consultava con i propri ministri. Da notare il caminetto adornato – qui si può vedere un dipinto che lo ritrae com’era nel XVIII secolo.

Si arriva così agli appartamenti della regina, dove Mary morì nel 1684 di vaiolo a soli 32 anni. C’è una piccola graziosa stanza da letto con baldacchino decorato, e una sala da pranzo dove Mary e William solevano cenare in privato, spesso a base di birra e pesce, lontano da occhi indiscreti. La camera seguente, the Queen’s Chamber, è la stanza in cui la regina Anne, succeduta al trono dopo la morte del cognato William III, ebbe un clamoroso litigio con Sarah Churchill. Il rapporto tra queste due donne

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Queen Anne

è sempre stato piuttosto discusso. Fragile e insicura la regina Anne strinse un’amicizia molto intima con Sarah Jennings, una dama di corte. Sarah, rinomata a corte per la propria bellezza manipolatrice, sposò John Churchill e venne poi nominata da Anne Lady of the Bedchamber. Quando William III e Mary divennero sovrani nel 1689, Anne non si allontanò dall’amicizia invadente di Sarah, anzi continuò a cercare la sua compagnia forse anche per sopperire alla propria eterna solitudine, segnata dalla perdita di ben 17 figli. Infine, quando Anne fu incoronata regina nel 1702 e Sarah divenne automaticamente la donna più potente della corte,  Sarah raggiunse il culmine della propria influenza facendo insignire il marito del titolo di primo duca di Marlbourgh, divenendo così anche lei a sua volta duchessa. Col passare degli anni la regina si sentì sempre più sola e il rapporto con Sarah si deteriorò talmente che pare sia stata la stessa Sarah, forse mossa da gelosia,  a spargere la voce su eventuali relazioni illecite della regina con alcune donne della corte. Anne finì per ritrovarsi sommersa da velenose illazioni e alla fine, stremata da questi pettegolezzi, cacciò via Sarah dalla corte proprio nella Queen’s Chamber di Kensington Palace.

 

Dopo questa parentesi di gossip storico, torniamo alla visita. Dopo la Queen’s Chamber, si trova la Queen’s Gallery, un’estensione degli appartamenti reali voluta dalla regina Mary. Quest’ampia e lunga sala adornata da quadri e opere d’arte porta alla scalinata della regina, molto più semplice di quella del re, e caratterizzata da scalini alquanto bassi per poter consentire alla regina una soave e scenica discesa.

Questa scalinata conduce dal secondo piano al primo, dove si trova la sezione dedicata alle regina Vittoria che purtroppo al momento è chiusa al pubblico per restauro. In compenso si può visitare la mostra Diana: Her fashion story, ma ne parlerò nel mio prossimo post.

 

 

 

In Galles: Cardiff Bay e Tintern Abbey

Domenica scorsa ci siamo svegliati di buon mattino e, dopo un’abbondante – ma non troppo – colazione, ci siamo diretti verso Cardiff Bay.

Uno dei motivi del nostro viaggio in Galles era la nostalgia del mare – mia ovviamente, quindi una visita alla baia era d’obbligo. Purtroppo abbiamo scelto il weekend in cui l’aria si preparava all’arrivo della Beast from the East, il freddo siberiano che avrebbe poi coperto di neve gran parte dell’Inghilterra e il nord/ centro Italia.

Il panorama dalla baia era stupendo, con colori brillanti e vivaci ma, nonostante la presenza del sole, la baia era costantemente battuta da un vento gelido che ha reso la nostra passeggiata da piacevole a interminabile. Abbiamo camminato lungo Stuart Street verso est passando per il Pierhead Building, edificio del XiX secolo, e per il più che moderno palazzo dell’Assemblea Nazionale Gallese.

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Poi lungo la stessa direzione abbiamo imboccato Harbour Drive. Alla fine di questa strada abbiamo preso la decisione sbagliata, ovvero percorrere tutta la baia, attraversare il ponte e tornare sulla terra ferma dall’altro lato. Il vento sferzava impietoso nella zona più esposta della baia quindi, nonostante il bellissimo panorama, non siamo riuscite a goderci appieno l’esperienza.

La città di Cardiff deve la sua passata fortuna alle miniere di carbone e agli inizi del secolo scorso proprio questa zona portuale era gremita di imbarcazioni. Dopo la seconda guerra mondiale iniziò il suo lungo declino e la zona venne completamente abbandonata fino al 1987, anno in cui fu intrapreso un progetto di riqualificazione dell’area che nel corso degli anni l’ha trasformata in ciò che è adesso.

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Dopo l’estenuante giro della baia, ci siamo diretti al castello di Cardiff. Anche questo, come il Castello di Caerphilly, venne ampiamente restaurato in stile neogotico vittoriano. Circondato da una riproduzione vittoriana di mura romane, il castello è formato da edifici risalenti a varie epoche storiche, come il Norman Keep del XII secolo, la Black Tower del XIII secolo, e anche la torre dell’orologio di stile neogotico, progettata dal terzo marchese di Bute e dall’architetto William Burges.

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Dopo un gustosissimo pranzo a base di tapas al Bar 44, ci siamo diretti verso la nostra ultima tappa: Tintern Abbey.

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Questo bellissimo complesso monastico venne costruito tra il XII e il XIII secolo, e ciò che ne rimane è solo un’ossatura in pietra. Apice di bellezza di questo complesso architettonico è la finestra occidentale che, spoglia della propria vetrata originaria, si erge tenacemente con i suoi archi ogivali gotici sul paesaggio.

L’affaccendata quotidianità monastica che si era protratta in questo luogo per oltre 400 anni, venne bruscamente interrotta nel 1536 quando l’abate Wyche si arrese ad Enrico VIII e consegnò il monastero ai rappresentati della corona. La dissoluzione dei monasteri inglesi voluta de Enrico VIII, ufficialmente per promuovere la nuova fede ma ufficiosamente al fine d’impossessarsi dei bei della Chiesa, è uno dei peggiori colpi inferti al mondo dell’arte nella storia d’Europa.

 

Si resta senza fiato ad entrare in quella che era la chiesa del monastero, il cuore pulsante della vita della confraternita. Ciò che ne rimane sono immagini surreali.

Le possenti mura in pietra delle navate cadenzano una successione di archi e tracciano il profilo di finestre bifore. Fin qui sembrerebbe una normale chiesa inglese, eppure volgendo la sguardo in basso ci si ritrova su dell’erba e la luce del sole penetra indisturbata tra le finestre e attraverso quello che una volta era il soffitto, creando giochi di chiaro sui pilastri a fascio.

Ci sono anche altre zone dell’abbazia in buono stato come il refettorio e un forno nelle vicinanze. Sembra quasi che la distruzione sia avvenuta solo qualche anno fa, e invece sono passati quasi 500 anni. E l’incompletezza del sito lascia quasi più spazio all’immaginazione del visitatore che, un po’ come un esploratore romantico, si trova a sognare tra le sue mura.

Tintern Abbey è anche citata nel titolo di una ben nota poesia di William Wordsworth pubblicata nelle Lyrical Ballads, Lines Composed a Few Miles above Tintern Abbey, on Revisiting the Banks of the Wye during a Tour. July 131798. Ed è proprio mentre attraversavamo in macchina la Wye Valley di ritorno ad Oxford che, incantati dai suoi paesaggi fiabeschi, abbiamo deciso di tornare a breve.

 

Il Galles: un castello, dei giardini, e finalmente il mare.

Ieri mattina siamo stati insolitamente svegliati da raggi del sole che s’insinuavano tra le tapparelle. È sempre piacevole quando riesci a vedere il colore azzurro del cielo durante l’inverno inglese, e ancora più piacevole quando succede nel weekend in cui hai programmato un viaggetto. Questa per noi era la volta di Cardiff.

A dir il vero, nonostante fossimo già a Cardiff in mattinata, abbiamo deciso di prendere la machina e guidare fino a Caerphilly, a nord di Cardiff, per vedere il suo castello fiabesco.

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Caerphilly, con i suoi 12 ettari, è il castello più grande del Galles e il secondo in Gran Bretagna dopo il castello di Windsor. La sua costruzione, terminata nella seconda metà del XIII sec, faceva parte della campagna di conquista del Galles da parte degli Anglo-Normanni che portò alla costruzione di possenti fortificazioni in tutto il Paese.

Nel XII sec. La famiglia de Clare ottenne delle terre nella contea Gallese di Glamorgan e il barone Gilbert de Clare, nonostante l’opposizione del principe gallese Llywelyn ap Gruffudd e della popolazione locale, promosse la costruzione di questo imponente castello.

Parzialmente distrutto durante la guerra civile inglese nel XVII sec., venne acquistato dalla famiglia dei marchesi di Bute nel secolo successivo, e gradualmente restaurato.

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Circondato da un ampio fossato colmo d’acqua che si divide in una sistema di laghetti, il castello visto dall’alto sembrerebbe costruito su un’isolotto – probabilmente Gilbert de Clare s’inspirò al castello di Kenilnworth, del quale purtroppo restano solo rovine.

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Il castello è dotato di pannelli informativi, video e di uno schermo interattivo. Troverete  la maggior parte delle informazioni principalmente all’ingresso. La visita, tra scale a chiocciola nelle torri e stanze più o meno ampie, lascia ampio spazio all’immaginazione del visitatore.

Dopo una breve visita al centro d’informazione turistica di Visit Caerphilly e un delizioso pancake al cioccolato da Glanmor’s, ci siamo diretti a sud-ovest, verso i Dyffryn Gardens.

La tenuta è famosa per i suoi giardini che Visit Britain annovera tra i migliori 100 giardini del Regno Unito. Essendo andati nel periodo invernale non abbiamo avuto modo di ammirare pienamente la varietà della vegetazione e i suoi colori, ma ci siamo goduti una visita all’interno della casa, parzialmente in ristrutturazione, e un percorso tra i vari giardini.

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La storia di questa tenuta è molto antica, ma verrà concepita e progettata per come la vediamo adesso solo nel 1891 dall’architetto Thomas Mawson, sotto la supervisione del proprietario John Cory. Erede di John fu il figlio Reginald, esponente della Royal Horticultural Society  e collezionista di piante da tutto il mondo. Al momento la proprietà è del Vale of Glamorgan Council, quindi regionale, ma è stata concessa in gestione per 50 anni alla National Trust nel 2013.

Non contenti di aver visitato due attrazioni, ci siamo diretti verso la costa in direzione Barry Island.

Siamo stati accolti da una cittadina assopita, con poca gente per strada e saracinesche abbassate. Dirigendoci verso l’isola, o meglio la penisola, perché Barry Island cessò di essere un’isola nel 1880, abbiamo incontrato più gente, ma certamente poca in confronto con l’afflusso estivo.

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Padroneggia Barry Island, Whitmore Bay, una classica spiaggia inglese sul cui lungomare sabbioso si susseguono sale giochi, giostre, gelaterie e rivenditori di fish & chips.

Nonostante il freddo pungente (0 gradi, mica poco per una siciliana di costa come me) e il vento, abbiamo percorso tutta la baia fino a Friars Point. Da lì, abbiamo poi continuato la nostra passeggiata dal lato di Watch House Bay, probabilmente meno popolare in quanto non attrezzata, ergo più affascinante.

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Dopo aver dato omaggio alla cultura culinaria inglese con un bel fish & chips alla luce del tramonto, siamo tornati a Cardiff, piuttosto stanchi aggiungerei, ma pronti per affrontare un’altra giornata all’insegna del turismo il giorno seguente.

Passeggiata a Watlington Hill

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Finalmente sembra che la primavera abbia voglia di far capolino anche nelle fredde e buie giornate del sud dell’Inghilterra. La coltre di nubi che solitamente copre il cielo inglese stamattina ha lasciato spazio a scorci di cielo limpido. Come non approfittare e fare una passeggiata nel verde?

Così ci siamo diretti a Christmas Common, un paesino nel sud-est dell’Oxfordshire lungo le Chiltern Hills.

Dopo aver parcheggiato la macchina, e aver fatto conoscenza di due docili asinelli che si dilettavano al sole vicino al parcheggio, abbiamo iniziato la nostra passeggiata – potete trovare il percorso qui, noi abbiamo fatto la walk 2 e poi la 1.

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Lungo il cammino, vedrete molti alberi di tasso, riconoscibili dalla corteccia bruno rosata e dalle foglie lineari che in lontananza sembrano aghiformi. Attenzione perché rami, foglie e semi sono velenosi – anche per l’uomo- contengono infatti un principio attivo chiamato tassina e che ha effetto  narcotico e paralizzante sull’uomo e su molti animali domestici.

Grazie alla loro resistenza ed elasticità, anticamente i tassi venivano usati per fabbricare archi. Il più antico esemplare è datato 450,000 anni fa.

 

Ad un certo punto del percorso, dopo uno dei vari kissing gate tipici delle campagne inglese, vi troverete di fronte ad una collina erbosa. Giusti in cima, si può godere di un rilassante panorama della Watlington Hill, con a destra un bosco di tasso, riconoscibile dalle fronde verde scuro, e di uno scorcio dell’Oxfordshire con Didcot in lontananza, sulla sinistra.

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Nonostante il panorama mozzafiato, non abbiamo potuto vedere ed ammirare la varietà floreale descritta nel percorso. Pare infatti che recandosi in primavera ci si imbatta in un campi fioriti che attirano specie anche rare farfalle e api, e anche in alberi di ciliegio dai caratteristici fiori bianchi. Niente di tutto questo in inverno, ma febbraio, per fortuna,  ci ha regalato qualche bucaneve e del muschio dal verde acceso.

Dopo un breve percorso in un bosco di faggi, siamo tornati al punto di partenza. Siccome la passeggiata è stata abbastanza breve e ancora il cielo sembrava ancora clemente, abbiamo deciso di seguire il percorso della walk 1 imboccando una stradina a sinistra della cassetta delle lettere di Christmas Common.

Alla prima biforcazione abbiamo seguito una viuzza a sinistra di un’abitazione e ci siamo ritrovati nuovamente in un bosco di faggi, querce e tassi.

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Verso la fine di questo secondo percorso, caratterizzato da vari punti scivolosi e fangosi, abbiamo avvistato un branco di cervi oltre una rete. Purtroppo mentre avanzavamo cercando di fare meno rumore possibile e al contempo di non scivolare nel fango, siamo stati avvistati (ovviamente) e il branco ha iniziato ad allontanarsi all’orizzonte.

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Non si nota bene dalla foto ma uno dei due esemplari a desta era un maschio. Salta all’occhio invece l’esemplare albino.

Insomma una bella passeggiata per interrompere la monotonia cittadina. Consiglio di visitare il sito delle Chiltern Hills per maggiori informazioni su questo e tanti altri percorsi.

 

 

Alla scoperta di Mucha

 

Mucha è un nome forse poco conosciuto ai più, ma sicuramente  lo stile inconfondibile delle sue stampe lo riconoscerete. Io ricordo vividamente l’immagine de l’Eclat du Jour, della serie Times of the Day (1899), stampata in una pagina di un libro di scuola- forse delle medie. Credo si essere stata principalmente attratta dalla posizione delle braccia e dall’espressione del viso della figura femminile e ricordo che tratteggiai la sua posa ferma e armonica su un foglio di carta.

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Quel disegno fu uno dei primi che mi diede soddisfazione, quindi per me l’idea di visitare il Mucha Museum  durante il mio soggiorno a Praga è stata davvero irresistibile.

Screen Shot 2017-03-24 at 07.37.50Le pareti del museo raccontano la storia dell’artista ceco e di come acquisì fama grazie a Gismonda, il poster che gli fu commissionato per puro caso la notte di S.Stefano del 1894 da Sarah Bernhardt, famosa attrice parigina dell’epoca. L’uso innovativo della forma allungata per i poster gli permise di ritrarre attori e attrici – Sarah in particolare- a figura intera  e di circondarli da decorazioni geometriche e floreali. Entrambi questi accorgimenti contribuirono a sancire il suo immediato successo. Da notare anche  in molte opere il design del testo, chiaramente ispirato ai caratteri della scrittura ebraica.

Le figure femminili rappresentano un tema ricorrente nei lavori di Mucha, così come nell’Art Nouveau in generale. La cosiddetta femme nouvelle venne usata per scopi sia allegorici che decorativi in quanto celebrazione della femminilità come antidoto ad un presente moderno eccessivamente industrializzato, impersonale, e prettamente “maschile”.

I poster di Sarah e le sinuose silhouettes delle modelle incorniciate da decorazioni floreali adornano le pareti di buona parte del museo. Ma l’ultima sezione svela una sensibilità dell’artista alle questioni sociali e politiche del proprio paese d’origine quasi inaspettata.

Lasciata la Moravia, per formarsi a Vienna e a Monaco, Mucha si guadagna la propria fama tra Parigi, Chicago e New York. Gli verrà anche commissionato dall’impero Austro-ungarico  il compito di creare delle decorazioni per l’Exposition Universelle di Parigi del 1900, per cui lo stesso  governo gli finanzierà un viaggio nei Balcani. Proprio durante quel viaggio Mucha maturò l’idea di creare quello che per lui sarebbe stato il proprio capolavoro, la Slovanská epopej– una serie di venti enormi tele che raffigurano la storia delle popolazioni Ceche e Slave – esposta adesso al Veletržní Palace di Praga.

Mucha in queste tele si svela quindi un artista partecipe delle vicissitudini di una popolazione dalla storia molto complessa come quella slava, ne esalta le radici e tradizioni comuni, nonostante le differenze culturali e linguistiche. Anche l’arte diventa dunque un mezzo per unire, e mai dividere.

“The purpose of my work was never to destroy but always to create, to construct bridges, because we must live in the hope that humankind will draw together and that the better we understand each other the easier this will become.”

Alphonse Mucha
 Mucha partecipa anche attivamente come artista alla  storia del proprio paese decorando banconote e francobolli nel 1918-19 in occasione della nascita della Cecoslovacchia. Morirà nel 1939, l’anno dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia, a causa di una polmonite, poco dopo essere stato arrestato ed interrogato dalla Gestapo in quanto possibile reazionario nazionalista di origini ebraiche.
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Nonostante la bellezza e la grandezza della sua Slovanská epopej, e il suo impegno nella causa slava, ciò che viene maggiormente ricordato e riconosciuto sono i suoi poster teatrali, i calendari e le pubblicità. Eppure dietro ogni linea, ogni foglia tracciata nelle stampe si nasconde lo spirito di un artista rivoluzionario che ha dedicato la propria vita alla ricerca dell’identità del proprio popolo.

Praga, città d’incanto.

Praga è un sogno. È davvero difficile trovare parole per descrivere i sussulti emotivi che ogni angolo della città può suscitare.

Prima di partire chiesi al mio collega Robert del suo viaggio a Praga. Mi disse: Prague is amazing. Every street you walk along, and every corner, will surprise you with its beauty. There is no more to say.

Ed è proprio la sensazione che ho provato anch’io.

Il panorama di Praga non mostra sfregi dovuti alle guerre mondiali. Sembra proprio che la città sia cresciuta gradualmente nel corso dei secoli riuscendo ad armonizzare le influenze artistiche lasciate in eredità dalle varie epoche storiche.

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Girare per le strade di Praga, significa perdersi tra palazzoni color pastello. Eppure sono tutti edifici diversi l’uno dall’altro, ognuno decorato in maniera distinta ma armonica con il palazzo successivo.

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Gli edifici sembrano pennellate di colori sfumati l’uno nell’altro. Un’armonia incantevole che spicca dal grigiore delle strade. Ma il loro fascino sta anche nei dettagli, perché ogni palazzo è un unicum di bellezza, che cela capitelli, colonne, timpani, archi di ogni stile e armoniose decorazioni. Lungo le strade si trovano anche edifici smaccatamente di epoca comunista, che si ergono rigidi e grigi ornati da bassorilievi imponenti e lineari. E anche edifici molto più moderni.Ma basta alzare gli occhi e si può restare imbambolati, come qui:

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Questa è la facoltà di Pedagogia, per esempio. E qui sotto l’interno di un ufficio postale.

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Una passeggiata lungo il Vltava è imprescindibile per lasciarsi trasportare dall’incanto dei paesaggi di Praga, per notare le guglie fiabesche di palazzi e chiese.

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Non può mancare un accenno al Karlův most, il ponte Carlo – probabilmente uno dei siti più fotografati insieme al castello. Molto trafficato di giorno, regala forti emozioni al calar della sera e, a detta di molti, al sorgere del sole.

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