La cerimonia del tè

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Cha no yu è il termine giapponese per indicare la famosa cerimonia del tè, e lettalmente significa “acqua calda per il tè“. Introdotta in Giappone sin dal XV secolo, la cerimonia era principalmente praticata dai samurai con lo scopo di mostrare con orgoglio le proprie ricche collezioni di ceramiche cinesi agli ospiti.

2016-02-11 14.47.03Il rito per come lo si conosce adesso invece, trova le proprie origini  nel secolo successivo per mano del grande maestro del tè, Sen no Rikyu. Fu egli a definire i quattro pincipi essenziali del chanoyu: wa, kei, sei e jaku (armonia, rispetto, purezza e tranquillità).

La stanza del tè, come ci è stato spiegato da Clare Pollard, curatrice della sezione di arte giapponese dell’Ashmolean Museum, è costruita con cura e attenzione ad ogni dettaglio. Innanzitutto per accedervi è necessario percorrere un sentiero immerso nel verde. Nel vero senso della parola. Solo verde, nessun fiore colorato a distogliere lo sguardo, o a distrarre l’invitato. Un solo colore, per calmare la mente, farle abbandonare ogni pensiero mondano e prepararla alla cerimonia.

Così, dopo una breve introduzione storica, spiegazione del contesto e degli stumenti usati durante la cerimonia, il gruppo di curiosi amatori del Giappone casualmente riunitosi in occasione della dimostrazione, si sposta nella sala 36 del museo. Proprio lì è stato ricostruito, da maestri giapponesi e con materiali giapponesi, l’interno di una stanza del tè. 2016-02-11 14.42.29

Materiali semplici e naturali danno forma ad un’ambiente monocromatico che a prima vista potrebbe sembrare spoglio e povero ma che racchiude in sè accuratezza nella composizione e nelle forme.

L’ospite non può distrarsi, la sua mente non può vagare e perdersi in futili pensieri. Ad adornare  le pareti solo una stampa tradizionale, solitamente con proverbi o frasi conosciute, e un fiore. Rigorosamente fresco e di stagione.

Una signora giapponese, nella sua gentile e minuta figura ci mostra la cerimonia in tutti i suoi cadensati e lenti movimenti. Io, l’ospite sul tatami, quasi di fronte, la osservo. I problemi a lavoro, la ricerca di una carriera migliore, gli amici e i loro consigli, la mancanza di tempo… tutto sfuma. I miei occhi sono sulle sue piccole mani mentre danzano al ritmo del silenzio.

Il tè è una polvere verde che viene mischiata con acqua calda. Trovo che sappia di alga. Quindi in realtà mi piace. Fingo di ammirare, come da copione, la tazza, che non mi attrae particolarmente, e gli strumenti, che invece trovo finemente intagliati. Dopo l’ennesimo inchino, le spiegazioni della curatrice si diradano e la cerimonia si conclude. Aleggia nei nostri occhi il fascino dell’aver assistito ad un rito che, come tale, lascia un senso di rilassatezza e purezza. Lentamente, quasi stordito, il gruppo si dissolve e il singolo ritorna alla propria realtà.

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Un instancabile viaggiatore, Rimbaud

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Non posso lasciarvi un indirizzo dove rispondere a questa mia perché personalmente ignoro dove mi andrò a cacciare prossimamente, e per quali strade, e per dove, e perché, e come!

A. Rimbaud

Questo era lo spirito dell’enigmatico poeta francese, quello di un instancabile e irrequieto viaggiatore. A soli quindici anni una mattina di agosto parte a piedi da Cherleville per prendere un treno a Givet alla volta di  Parigi. Ma il denaro ricavato dalla vendita dei propri libri non era sufficiente a garantirgli l’intera tratta e viene così arrestato a le Gare de Strasbourg per furto e vagabondaggio. Riscattato dal carcere dal proprio docente di retorica Georges Izambard, si rifugia nella casa di lui a Douai. Dopo circa un mese Rimbaud è di nuovo in viaggio, a piedi, da una cittadina all’altra, lungo il Meuse, verso la casa materna a Charleroi.

Dopo aver lavorato al Journal de Charleroi, eccolo di nuovo in viaggio, irrequieto, nuovamente a piedi e con poco denaro, ma questa volta diretto a Brussels alla ricerca, che si rivelerà infruttuosa, del maestro Izambard.

Nel Febbraio del 1871 Rimbaud è a Paris. Questa volta era riuscito a racimolare la quantità di denaro sufficiente a garantigli l’intera tratta. Nella capitale francese assapora il mondo intelluale della parigi ottocentesca e cerca di entrare in contatto con i circoli letterari. Costretto a fuggire dalle controversie della guerra Franco-Prussiana e dalla mancanza di denaro, fa nuovamente ritorno alla propria città natale. A piedi. Tornerà e soggiornerà ripetute volte a Paris. Incontrerà Verlaine e comporrà quegli originali e famosi versi ritmati dal suo stile impetuoso che tutti conosciamo.

Di quegli anni sono i suoi più famosi scritti: Le Bateau ivre (1871); Una Saison en Enfer (1873) e Illuminations (1874). E sempre in quel perido visita, con Verlaine, Londra e Brussels, città testimone del noto colpo di pistola inferto da Verlaine al braccio del giovane amico.Screen shot 2016-02-09 at 19.22.39

Intensi cambiamenti nella propria vita allontanarono il giovane Rimbaud dal mondo della poesia. Da quel momento scrisse lettere, ma non più un singolo verso. E, dopo essersi rinchiuso per lunghi periodi in casa per studiare nuove lingue, si dedicò ai viaggi. Venne in Italia, passando per la Svizzera, e da Milano partì alla volta di Brindisi a piedi, ovviamente. Purtroppo, giunto a Siena decise di tornare indietro a causa di una forte insolazione. Così fece ritorno a Charleville, passando prima da Marseille e Paris.

In realtà, probabilmente s’imbarcava spesso in imprese più grandi di lui: le circostanze del suo primo viaggio a Parigi, in cui venne costretto a fare ritorno senza aver raggiunto la meta programmata, si ripeterono più volte nell’arco della sua vita. Nel 1876 partì diretto in Russia, ma venne trovato mezzo morto a Vienna e tornò indietro; così si arruolò nell’esercito fiammingo, ma disertò a Salatiga; nel 1877, partì alla volta di Brema nella speranza di poter poi attraversare l’oceano, ma finì per restare a Stoccolma; da Marseille s’imbarcò per partire alla volta dell’Egitto ma venne rimpatriato perché malato.

Così torna da Marseille a Charleville a piedi, per poi prendere un treno per la Svizzera. Dal passo del San Gottardo a Genova viaggia nuovamente a piedi. Ivi s’imbarca per Cipro. Da lì si trasferisce ad Aden, nello Yemen, e diviene caporeparto delScreen shot 2016-02-09 at 19.09.05 gruppo di donne – per lo più indiane – addette alla selezione e all’imballaggio del caffè. Ma la paga era misera, così accetta di spostarsi temporaneamente a Harar, in Abissinia, per una paga più consona e soddisfacente.

Le spedizioni di cui principalmente si occupa durante questi anni lo vedono spostarsi da Aden a Harar e ritorno. Dopo qualche anno, stanco del lavoro e della paga, decide di intraprendere un progetto di spedizione di armi che lo conduce a Tagiura, Scioa e Ankober. Purtroppo quest’idea che sembrava promettere facili guadagni, si rivelò un disastro dal punto di vista finanziario.

Ugo Ferrandi testimoniò la partenza del poeta alla volta di quest’avventura e lo descrisse  dicendo: “Camminava in testa alla carovana, sempre a piedi [..] un viaggio di cinquanta giorni nel più arido dei deserti.” Aveva 36 anni. Nel 1891, un anno dopo, sarebbe morto per un cancrena al ginocchio destro.

Camminò e si spostò finché il suo corpo glielo concesse e, quando non fu più possibile, sognò di farlo. Nei deliri causati dal dolore si figurava ancora nel deserto, pronto a ripartire per una nuova missione. A piedi, rigorosamente.

Sensazione di A. Rimbaud – Corto Maltese

Lea maggior parte delle informazioni sono tratte dal capitolo The Passionfor Escape – Rimbaud, in A Philosophy of Walking di Frédéric Gros (2015).