Sri Lanka – giorno 2

23 aprile 2018

La scottatura di ieri si è fatta sentire ancor di più stamane, regalandoci  una pelle indolenzita di color aragosta. Siamo tutti, o quasi, vittime indiscutibili dello snorkeling del giorno prima a Pigeon Island.

Dopo un’abbondante colazione, che però includeva paste del giorno prima, abbiamo lasciato il Pigeon Island Resort e ci siamo diretti verso il nuovo hotel a Dambulla. Il nuovo albergo, Thilanka Resort and Spa, nonostante sia in ristrutturazione ci ha piacevolmente sorpresi con un’ottima accoglienza:  un fresco succo d’arancia verde (buonissimo) e delle mini asciugamani fresche, proprio quello che ci voleva.

Dopo aver sistemato le valige in camera, Chami ci ha accompagnati al villaggio di Habarana, dove ci atendeva un tour speciale al villaggio vicino di Hiriwadunna.

 

Abbiamo cambiato giusto un paio di mezzi durante quest’esperienza: prima un carro  trainato da buoi, poi una canoa per attraversare il lago Hiriwadunna, ed infine il mezzo di trasport d’eccellenza qui in Sri lanka: il tuc tuc. Dopo aver attraversato il lago in canoa, siamo stati accolti in una piccola capanna da una signora dalle sue due figlie graziosamente vestite a fiori.

La signora aveva cucinato per noi un delizioso pranzetto. Prima di tutto ci ha mostrato come preparare la sambol (cocco macinato con peperoncino, lime, sale, pomodoro e cipolla), e poi ha adagiato sul tavolo due file di scodelle con salse al curry, riso, e altre leccornie. Abbiamo mangiato alla maniera tradizionale: con una foglia di banano come piatto e senza posate, usando le dita. Tutto squisito, anche se continuavo a chiedermi quanto di autentico ci fosse in queste graziosissima messa in scena della cultura locale srilankese.

Dopo aver bevuto dell’acqua -rigorosamente imbottigliata- da mezzelune di cocco, abbiamo assistito a come si prepara il riso dalla materia prima, a come si macina la farina per preparare i roti e infine come s’intrecciano le palme che si vedono su molte case come soffitti o separé. Infine siamo tornati alla punto di partenza in tuc tuc.

Seconda tappa della giornata: Cave temple.

La storia narra che intorno all’anno 100 A.C. il re Vattagamini venne sconfitto da invasori tamil e dovette nascondersi per 14 anni, trovando rifugio in delle grotte. Quando riuscì a tornare al potere fece costruire in quelle stesse grotte dei templi per ringraziare gli dei.

Anche il re Nissankamalla, detto il glorioso, duecento anni dopo continuò il lavoro inziato dal suo predecessore, arricchendo le grotte con sontuose decorazioni, e così fecero anche altri sovrani che gli succedettero fino al XVIII secolo.

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Si giunge alle grotte salendo una lunga scalinata e, lasciati i calzari, si entra nel tempio a piedi nudi.

Sono 5 le cave e, eccetto la prima, sono tutte alquanto spaziose e fresche. Nella prima grotta si trova un buddha dormiente con gomiti dorati, spesso coperti da dei panni. La statua è lunga 14 metri; la seconda grotta è forse la più spettacolare del complesso, con molteplici statue del Buddha e anche di Vatttagamini e di Nissankamalla;l a terza grotta raccolgie gli affreschi in miglior stato della struttura; la quarta è piuttosto piccola e la quinta è la più moderna.

Usciti dal tempio, lungo la discesa verso il golden temple, si può ammirare un panorama mozzafiato e vedere anche in lontananza il profilo dell’antico palazzo di Sigirya, patrimonio mondiale dell’umanità.

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Il golden temple non ci ha suscitato grandi emozioni, in realtà l’imponenza della statua è visibile anche da lontano. Forse sarà stata la lunga discesa e il dover tornare al punto di partenza.

Ultima attività della giornata: visita del Popham Arboretum.

Fondato da Sam Popham, un botanico esperto in arbusti, nel 1963 l’arboretum consta di 36 acri e quasi 300 specie di piante ed alberi.

Noi l’abbiamo visitato in tarda serata nella speranza di vedere la fauna che si è spontaneamente adattata all’ambiente, come lemuri, tragulidi e pangolini. Noi abbiamo visto solo i primi due e qualche uccello appollaiato su un albero. È stata un’esperienza interessante: camminare in fila al buio nella foresta, in silenzio. Si sentiva solo il rumore delle nostre scarpe sul selciato o sulle fronde e la voce della guida “Come, Come!”.

Forse per l’estrema stanchezza, forse anche perché gli animali erano spesso lontani, non siamo rimasti propriamente soddisfatti. Una visita diurna ci avrebbe permesso di vedere la flora almeno, nonostante in quel caso sarebbe stato quasi impossibile vedere i lemuri.

Dopo la visita abbiamo fatto una chiacchierata con il signor Amarasinghe, che dopo Popham si è preso  carico del progetto. Ci ha mostrato varie foto della flora e della fauna del luogo. Forse è stata la parte più bella della nostra visita: conoscere chi porta avanti l’arboretum con passione, nonostante qualche difficoltà dovuta al continuo espandersi della città di Dambulla.

l progetto è molto affascinante, la vegetazione è quasi completamente spontanea, l’unico intervento umano riguarda la rimozione di piante infestanti. Un piccolo paradiso naturale per preservare flora e fauna del luogo.

Kensington Palace

Visitare Kensington Palace è davvero semplice se si vive ad Oxford, basta prendere l’Oxford Tube, scendere a Notting Hill, e dopo qualche minuto a piedi, ecco i Kensington Gardens. Così sabato scorso, nonostante le raffiche di neve, abbiamo deciso di visitare questa ben nota attrazione turistica.

Il nome Kensingotn è familiare a molti. I giardini fanno da sfondo alle avventure di Peter Pan in Peter Pan in Kensington Gardens di J.M. Barrie e il palazzo è tuttora residenza reale dei duchi di Cambridge William e Kate, del principe Harry e di altri membri della famiglia reale. Inoltre tutti ricordiamo il tappeto di fiori dinanzi al cancello d’ingresso del palazzo nell’estate del  1997 per la morte di Lady Diana.

Screen Shot 2018-03-19 at 20.30.37Il palazzo, in origine una villetta a due piani, venne acquistata da re William III nel 1689 perché i sovrani volevano trovare una residenza più consona alla cagionevole salute del re, ossia un luogo lontano dalle acque del Tamigi. Christopher Wren venne subito incaricato di ampliare la villetta. L’ingresso principale, spostato ad ovest sull’odierna Palace Avenue, venne sormontato da una torre con orologio e ai lati si costruirono un’ala nord per gli appartamenti della regina, e una sud per quelli del re.

Screen Shot 2018-03-19 at 20.34.00La visita inizia dalla scalinata del re, ricostruita in marmo in seguito a un incendio che nel 1961 distrusse parte delle stanze a sud. I dipinti alle pareti sono di William Kent, che era ancora un pittore poco noto quando re George I gli iniziò a commissionari alcune decorazioni. Gli affreschi della scalinata, completati nel 1725, in realtà furono l’ultima commissione per Kent. Gli invitati a corte salendo i gradini illuminati dalle lanterne a lato avrebbero riconosciuto sulle pareti i volti di alcuni cortigiani dell’epoca. Ad esempio Peter the Wild Boy ritratto nell’ultima scena in verde. Peter era diventato famoso alla corte del re inglese. Era stato trovato all’età di 11 o 12 nelle foreste di Hannover e  venne descritto come un mezzo uomo/mezzo animale Incuriosito dalle storie di questo ragazzo che non era in grado di parlate, re Giorgio, lo fece portare alla propria corte e lo regalò, ahimè lo si considerò quasi alla stregua di un oggetto, alla nuora, la principessa Carolina di Ansbach. Peter fu al centro di dibattiti culturale sul tema del ‘selvaggio’ da parte di Swift e Defoe, il primo trattando l’argomento in modo satirico in The most wonderful wonder that ever appeared to the wonder of the British nation, il secondo analizzandone l’umanità in Mere Nature delineated.

20180317_151202.jpgLa visita continua nella pinacoteca di re William III progettata nel 1695 e che conserva Le Muse di Jacopo Tintoretto; l’Adorazione dei Magi di Veronese, copia parziale di un’opera conservata alla National Gallery di Londra; e l’Alluvione di Jacopo Bassano. Tutte opere acquistate da Charles I dalla collezione Gonzaga e che vennero esposte in questa sala per progetto di William Kent, sotto George I.

Il salotto del re venne arricchito da un affresco sul soffitto (1722) e da opere d’arte alle pareti sotto il regno di George I e grazie ai sapienti interventi di William Kent. Questa stanza era il punto focale della vita a corte in cui il re incontrava membri della corte ambasciatori e sovrani stranieri. Non si trattava solo di visite ufficiali, ma si intrattenevano gli ospiti anche con giochi a carte, balli e banchetti. Nella sala si può ammirare un Venere e Cupido del Vasari, che era una delle opere predilette di re George II. Quando il re tornò da Hannover nel 1735 e scoprì che la regina in sua assenza aveva spostato alcuni quadri, tra cui questo, s’infuriò e ordinò subito che il dipinto tornasse a suo posto.

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La stanza della cupola fu il primo lavoro che George I commissionò a William Kent. splendide forme e sontuosi tinte dorate riescono a coprire la povertà dei materiali usati, non marmi pregiati, ma legno e intonaco. William Kent riuscì infatti a farsi commissionare il suo primo progetto dal re proprio perché chiese un compenso, 300 sterline, di gran lunga  inferiore  rispetto a quello chiesto da un ben più rinomato artista del tempo, Serjeant Painter, che invece ne voleva 800. Il soffitto venne dipinto con al centro il simbolo dell’ordine della giarrettiera, il più alto ordine cavalleresco inglese, per sottolineare la discendenza inglese della famiglia reale, originaria di Hannover. In questa sala venne inoltre battezzata la principessa Victoria, figlia di George II e futura regina.

La Privy Chamber era una delle stanza preferite della regina Caroline e del re George II in cui intrattenevano i propri ospiti. Non a caso venne decorata con ritratti degli antenati inglesi della coppia, proprio per sottolineare il diritto dei sovrani al trono dato nonostante le proprie origini germaniche. I volti così simili di due sorelle, Mary e Anne, scrutano e, allo stesso tempo, incantano i visitatori di oggi.

The Precence Chamber era la stanza in cui il monarca si consultava con i propri ministri. Da notare il caminetto adornato – qui si può vedere un dipinto che lo ritrae com’era nel XVIII secolo.

Si arriva così agli appartamenti della regina, dove Mary morì nel 1684 di vaiolo a soli 32 anni. C’è una piccola graziosa stanza da letto con baldacchino decorato, e una sala da pranzo dove Mary e William solevano cenare in privato, spesso a base di birra e pesce, lontano da occhi indiscreti. La camera seguente, the Queen’s Chamber, è la stanza in cui la regina Anne, succeduta al trono dopo la morte del cognato William III, ebbe un clamoroso litigio con Sarah Churchill. Il rapporto tra queste due donne

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Queen Anne

è sempre stato piuttosto discusso. Fragile e insicura la regina Anne strinse un’amicizia molto intima con Sarah Jennings, una dama di corte. Sarah, rinomata a corte per la propria bellezza manipolatrice, sposò John Churchill e venne poi nominata da Anne Lady of the Bedchamber. Quando William III e Mary divennero sovrani nel 1689, Anne non si allontanò dall’amicizia invadente di Sarah, anzi continuò a cercare la sua compagnia forse anche per sopperire alla propria eterna solitudine, segnata dalla perdita di ben 17 figli. Infine, quando Anne fu incoronata regina nel 1702 e Sarah divenne automaticamente la donna più potente della corte,  Sarah raggiunse il culmine della propria influenza facendo insignire il marito del titolo di primo duca di Marlbourgh, divenendo così anche lei a sua volta duchessa. Col passare degli anni la regina si sentì sempre più sola e il rapporto con Sarah si deteriorò talmente che pare sia stata la stessa Sarah, forse mossa da gelosia,  a spargere la voce su eventuali relazioni illecite della regina con alcune donne della corte. Anne finì per ritrovarsi sommersa da velenose illazioni e alla fine, stremata da questi pettegolezzi, cacciò via Sarah dalla corte proprio nella Queen’s Chamber di Kensington Palace.

 

Dopo questa parentesi di gossip storico, torniamo alla visita. Dopo la Queen’s Chamber, si trova la Queen’s Gallery, un’estensione degli appartamenti reali voluta dalla regina Mary. Quest’ampia e lunga sala adornata da quadri e opere d’arte porta alla scalinata della regina, molto più semplice di quella del re, e caratterizzata da scalini alquanto bassi per poter consentire alla regina una soave e scenica discesa.

Questa scalinata conduce dal secondo piano al primo, dove si trova la sezione dedicata alle regina Vittoria che purtroppo al momento è chiusa al pubblico per restauro. In compenso si può visitare la mostra Diana: Her fashion story, ma ne parlerò nel mio prossimo post.

 

 

 

In Galles: Cardiff Bay e Tintern Abbey

Domenica scorsa ci siamo svegliati di buon mattino e, dopo un’abbondante – ma non troppo – colazione, ci siamo diretti verso Cardiff Bay.

Uno dei motivi del nostro viaggio in Galles era la nostalgia del mare – mia ovviamente, quindi una visita alla baia era d’obbligo. Purtroppo abbiamo scelto il weekend in cui l’aria si preparava all’arrivo della Beast from the East, il freddo siberiano che avrebbe poi coperto di neve gran parte dell’Inghilterra e il nord/ centro Italia.

Il panorama dalla baia era stupendo, con colori brillanti e vivaci ma, nonostante la presenza del sole, la baia era costantemente battuta da un vento gelido che ha reso la nostra passeggiata da piacevole a interminabile. Abbiamo camminato lungo Stuart Street verso est passando per il Pierhead Building, edificio del XiX secolo, e per il più che moderno palazzo dell’Assemblea Nazionale Gallese.

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Poi lungo la stessa direzione abbiamo imboccato Harbour Drive. Alla fine di questa strada abbiamo preso la decisione sbagliata, ovvero percorrere tutta la baia, attraversare il ponte e tornare sulla terra ferma dall’altro lato. Il vento sferzava impietoso nella zona più esposta della baia quindi, nonostante il bellissimo panorama, non siamo riuscite a goderci appieno l’esperienza.

La città di Cardiff deve la sua passata fortuna alle miniere di carbone e agli inizi del secolo scorso proprio questa zona portuale era gremita di imbarcazioni. Dopo la seconda guerra mondiale iniziò il suo lungo declino e la zona venne completamente abbandonata fino al 1987, anno in cui fu intrapreso un progetto di riqualificazione dell’area che nel corso degli anni l’ha trasformata in ciò che è adesso.

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Dopo l’estenuante giro della baia, ci siamo diretti al castello di Cardiff. Anche questo, come il Castello di Caerphilly, venne ampiamente restaurato in stile neogotico vittoriano. Circondato da una riproduzione vittoriana di mura romane, il castello è formato da edifici risalenti a varie epoche storiche, come il Norman Keep del XII secolo, la Black Tower del XIII secolo, e anche la torre dell’orologio di stile neogotico, progettata dal terzo marchese di Bute e dall’architetto William Burges.

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Dopo un gustosissimo pranzo a base di tapas al Bar 44, ci siamo diretti verso la nostra ultima tappa: Tintern Abbey.

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Questo bellissimo complesso monastico venne costruito tra il XII e il XIII secolo, e ciò che ne rimane è solo un’ossatura in pietra. Apice di bellezza di questo complesso architettonico è la finestra occidentale che, spoglia della propria vetrata originaria, si erge tenacemente con i suoi archi ogivali gotici sul paesaggio.

L’affaccendata quotidianità monastica che si era protratta in questo luogo per oltre 400 anni, venne bruscamente interrotta nel 1536 quando l’abate Wyche si arrese ad Enrico VIII e consegnò il monastero ai rappresentati della corona. La dissoluzione dei monasteri inglesi voluta de Enrico VIII, ufficialmente per promuovere la nuova fede ma ufficiosamente al fine d’impossessarsi dei bei della Chiesa, è uno dei peggiori colpi inferti al mondo dell’arte nella storia d’Europa.

 

Si resta senza fiato ad entrare in quella che era la chiesa del monastero, il cuore pulsante della vita della confraternita. Ciò che ne rimane sono immagini surreali.

Le possenti mura in pietra delle navate cadenzano una successione di archi e tracciano il profilo di finestre bifore. Fin qui sembrerebbe una normale chiesa inglese, eppure volgendo la sguardo in basso ci si ritrova su dell’erba e la luce del sole penetra indisturbata tra le finestre e attraverso quello che una volta era il soffitto, creando giochi di chiaro sui pilastri a fascio.

Ci sono anche altre zone dell’abbazia in buono stato come il refettorio e un forno nelle vicinanze. Sembra quasi che la distruzione sia avvenuta solo qualche anno fa, e invece sono passati quasi 500 anni. E l’incompletezza del sito lascia quasi più spazio all’immaginazione del visitatore che, un po’ come un esploratore romantico, si trova a sognare tra le sue mura.

Tintern Abbey è anche citata nel titolo di una ben nota poesia di William Wordsworth pubblicata nelle Lyrical Ballads, Lines Composed a Few Miles above Tintern Abbey, on Revisiting the Banks of the Wye during a Tour. July 131798. Ed è proprio mentre attraversavamo in macchina la Wye Valley di ritorno ad Oxford che, incantati dai suoi paesaggi fiabeschi, abbiamo deciso di tornare a breve.

 

Alla scoperta di Mucha

 

Mucha è un nome forse poco conosciuto ai più, ma sicuramente  lo stile inconfondibile delle sue stampe lo riconoscerete. Io ricordo vividamente l’immagine de l’Eclat du Jour, della serie Times of the Day (1899), stampata in una pagina di un libro di scuola- forse delle medie. Credo si essere stata principalmente attratta dalla posizione delle braccia e dall’espressione del viso della figura femminile e ricordo che tratteggiai la sua posa ferma e armonica su un foglio di carta.

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Quel disegno fu uno dei primi che mi diede soddisfazione, quindi per me l’idea di visitare il Mucha Museum  durante il mio soggiorno a Praga è stata davvero irresistibile.

Screen Shot 2017-03-24 at 07.37.50Le pareti del museo raccontano la storia dell’artista ceco e di come acquisì fama grazie a Gismonda, il poster che gli fu commissionato per puro caso la notte di S.Stefano del 1894 da Sarah Bernhardt, famosa attrice parigina dell’epoca. L’uso innovativo della forma allungata per i poster gli permise di ritrarre attori e attrici – Sarah in particolare- a figura intera  e di circondarli da decorazioni geometriche e floreali. Entrambi questi accorgimenti contribuirono a sancire il suo immediato successo. Da notare anche  in molte opere il design del testo, chiaramente ispirato ai caratteri della scrittura ebraica.

Le figure femminili rappresentano un tema ricorrente nei lavori di Mucha, così come nell’Art Nouveau in generale. La cosiddetta femme nouvelle venne usata per scopi sia allegorici che decorativi in quanto celebrazione della femminilità come antidoto ad un presente moderno eccessivamente industrializzato, impersonale, e prettamente “maschile”.

I poster di Sarah e le sinuose silhouettes delle modelle incorniciate da decorazioni floreali adornano le pareti di buona parte del museo. Ma l’ultima sezione svela una sensibilità dell’artista alle questioni sociali e politiche del proprio paese d’origine quasi inaspettata.

Lasciata la Moravia, per formarsi a Vienna e a Monaco, Mucha si guadagna la propria fama tra Parigi, Chicago e New York. Gli verrà anche commissionato dall’impero Austro-ungarico  il compito di creare delle decorazioni per l’Exposition Universelle di Parigi del 1900, per cui lo stesso  governo gli finanzierà un viaggio nei Balcani. Proprio durante quel viaggio Mucha maturò l’idea di creare quello che per lui sarebbe stato il proprio capolavoro, la Slovanská epopej– una serie di venti enormi tele che raffigurano la storia delle popolazioni Ceche e Slave – esposta adesso al Veletržní Palace di Praga.

Mucha in queste tele si svela quindi un artista partecipe delle vicissitudini di una popolazione dalla storia molto complessa come quella slava, ne esalta le radici e tradizioni comuni, nonostante le differenze culturali e linguistiche. Anche l’arte diventa dunque un mezzo per unire, e mai dividere.

“The purpose of my work was never to destroy but always to create, to construct bridges, because we must live in the hope that humankind will draw together and that the better we understand each other the easier this will become.”

Alphonse Mucha
 Mucha partecipa anche attivamente come artista alla  storia del proprio paese decorando banconote e francobolli nel 1918-19 in occasione della nascita della Cecoslovacchia. Morirà nel 1939, l’anno dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia, a causa di una polmonite, poco dopo essere stato arrestato ed interrogato dalla Gestapo in quanto possibile reazionario nazionalista di origini ebraiche.
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Nonostante la bellezza e la grandezza della sua Slovanská epopej, e il suo impegno nella causa slava, ciò che viene maggiormente ricordato e riconosciuto sono i suoi poster teatrali, i calendari e le pubblicità. Eppure dietro ogni linea, ogni foglia tracciata nelle stampe si nasconde lo spirito di un artista rivoluzionario che ha dedicato la propria vita alla ricerca dell’identità del proprio popolo.

Praga, città d’incanto.

Praga è un sogno. È davvero difficile trovare parole per descrivere i sussulti emotivi che ogni angolo della città può suscitare.

Prima di partire chiesi al mio collega Robert del suo viaggio a Praga. Mi disse: Prague is amazing. Every street you walk along, and every corner, will surprise you with its beauty. There is no more to say.

Ed è proprio la sensazione che ho provato anch’io.

Il panorama di Praga non mostra sfregi dovuti alle guerre mondiali. Sembra proprio che la città sia cresciuta gradualmente nel corso dei secoli riuscendo ad armonizzare le influenze artistiche lasciate in eredità dalle varie epoche storiche.

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Girare per le strade di Praga, significa perdersi tra palazzoni color pastello. Eppure sono tutti edifici diversi l’uno dall’altro, ognuno decorato in maniera distinta ma armonica con il palazzo successivo.

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Gli edifici sembrano pennellate di colori sfumati l’uno nell’altro. Un’armonia incantevole che spicca dal grigiore delle strade. Ma il loro fascino sta anche nei dettagli, perché ogni palazzo è un unicum di bellezza, che cela capitelli, colonne, timpani, archi di ogni stile e armoniose decorazioni. Lungo le strade si trovano anche edifici smaccatamente di epoca comunista, che si ergono rigidi e grigi ornati da bassorilievi imponenti e lineari. E anche edifici molto più moderni.Ma basta alzare gli occhi e si può restare imbambolati, come qui:

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Questa è la facoltà di Pedagogia, per esempio. E qui sotto l’interno di un ufficio postale.

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Una passeggiata lungo il Vltava è imprescindibile per lasciarsi trasportare dall’incanto dei paesaggi di Praga, per notare le guglie fiabesche di palazzi e chiese.

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Non può mancare un accenno al Karlův most, il ponte Carlo – probabilmente uno dei siti più fotografati insieme al castello. Molto trafficato di giorno, regala forti emozioni al calar della sera e, a detta di molti, al sorgere del sole.

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WeeKend in Kent

Poco più di un mesetto fa, Il desiderio di vedere ancora il mare mi ha trascinata nel Kent. Abbiamo scelto un weekend piuttosto richiesto e anche trovare un b&b è stato un piuttosto difficile (airb&b quanto meno impossibile). Alla fine abbiamo optato per una camera notevolmente fiorita (anceh un pò troppo) nella South Wootton House Farmhouse B&B.

Da lì sabato mattina, dopo una bella colazione inglese abbondante, ci siamo spostati verso Canterbury, pronti per visitare la famosa Cattedrale. A dir il vero, con mia grande sorpresa, non ho provato il classico stupore di fronte ad un’opera d’arte cosí immensa. Ne ho obiettivamente riconosciuto la bellezza ma ho avvertito un senso di estraneitá, forse dovuto alla poca conoscenza delle vicessitudini storiche che l’hanno vista protagonista o per lo meno testimone.

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Eppure proprio nella cattedrale avvene un famoso martitio che non posso non citare: Thomas à Becket venne ucciso nel XII secolo in seguito alla sua ostilità nei confronti del ridimensionamento dei poteri ecclesiastici a favore di quelli del sovrano Enrico II.

Dalla storica città di Canterbury, alla tanto agognata costa. Ed eccoci nel pomeriggio al Whitstable Oyster Festival. Profumo di mare finalmente!

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E anche sapore di mare dato che era proprio il festival delle ostriche. Deliziose direi.

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Giornata conclusasi con ottima cena a base di pesce a Canterbury da Chapman’s Seafood Bar & Brasserie. Il giorno seguente siamo andati verso sud, a visitare le imperdibili White Cliff of Dover

Mozzafiato. Dopo una lunga ma piacevole passaggiate nella riserva, siamo saliti di nuovo in macchina per vedere un altro pò di costa. Per fortuna il tempo è stato più che clemente. Ed ecco la spiaggia di Broadstairs:

Finalmente un po d’estate vera anceh in Inghilterra! Proprio una bella cittadina costiera viva, ben attrezzata, turistica ma non eccessivamente e con tanti negozietti carini e bar con tavolini all’aperto. Molto più carina rispetto a Margate, che invece ha molto deluso.

Insomma un meraviglioso weekend tra storia, arte, natura e un tocco di salsedine.

 

Una domenica a Villa Pace

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Nemmeno il tempo di rendermi conto di essere nuovamente in terra sicula e mi ritrovo durante una ventosa domenica mattina, con mia madre e una sua amica, a una mostra archeologica dal titolo Da Zancle  a Messina.

Accoglienza perfetta: abbiamo atteso solo pochi minuti prima di iniziare un fantastico  tour guidato  che ci ha concesso di curiosare tra vasellame e oggetti di vita quotidiana dei nostri più lontani antenati messinesi. Il tutto nella splendida cornice di Villa Pace (proprietà prima della famiglia Sanderson, poi Bosurgi, infine dell’Università di Messina).

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Il percorso, organizzato per temi (abitato/necropoli) e per epoche (età preistorica; greco-romana; medievale e moderna), permette al visitatore di conoscere una Messina antica, sommersa, che però ci sussurra ancora la propria storia.

Fanno parte dei ritrovamenti esposti non solo vasi, salsiere, piatti, ma statuette e altari per ingraziarsi il favore divino; e ancora oggetti probabilmente parte di corredi funerari ed epigrafi. Concentrato all’interno di poche luminose pareti troverete insomma la vita quotidiana, spirituale e ultraterrena rappresentate da reperti di epoche e stili diversi, dal preistorico, all’ellico e al romano.

Visibili al pubblico inoltre epitaffi funerari di grande interesse e una dScreen shot 2016-03-05 at 13.32.43edica della prima età imperiale romana, probabilmente ad Orione, mitico creatore della Falce e del Peloro,  che recita:

Salve, beato germoglio venerabile della nostra terra, signore di Zancle dal bel porto e del capo Peloro, tu che guardi lo stretto passaggio e le correnti dello Stretto, dove, essendo l’onda sospinta avanti e indietro, il mar Tirreno si solleva contro l’Adriatico.

Nell’ultima sala la sezione numismatica che ci ricorda dello splendore e dei privilegi che la nostra città godeva in passato. Ed infine le ceramiche del periodo medievale e moderno,  a noi tutti più familiari.

Grazie al successo e alla copiosa ed inaspettata affluenza apparentemente la mostra, prevista per un solo mese, è stata protratta fino alla fine di marzo. Quindi, consiglio a tutti vivamente di farci un salto, un pò per interesse storico e culturale, per far qualcosa di diverso e nuovo, per vedere la villa, e perché no, per incoraggiare mostre simili nell’attesa che nasca un museo archeologico della città.

 

 

 

 

 

La cerimonia del tè

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Cha no yu è il termine giapponese per indicare la famosa cerimonia del tè, e lettalmente significa “acqua calda per il tè“. Introdotta in Giappone sin dal XV secolo, la cerimonia era principalmente praticata dai samurai con lo scopo di mostrare con orgoglio le proprie ricche collezioni di ceramiche cinesi agli ospiti.

2016-02-11 14.47.03Il rito per come lo si conosce adesso invece, trova le proprie origini  nel secolo successivo per mano del grande maestro del tè, Sen no Rikyu. Fu egli a definire i quattro pincipi essenziali del chanoyu: wa, kei, sei e jaku (armonia, rispetto, purezza e tranquillità).

La stanza del tè, come ci è stato spiegato da Clare Pollard, curatrice della sezione di arte giapponese dell’Ashmolean Museum, è costruita con cura e attenzione ad ogni dettaglio. Innanzitutto per accedervi è necessario percorrere un sentiero immerso nel verde. Nel vero senso della parola. Solo verde, nessun fiore colorato a distogliere lo sguardo, o a distrarre l’invitato. Un solo colore, per calmare la mente, farle abbandonare ogni pensiero mondano e prepararla alla cerimonia.

Così, dopo una breve introduzione storica, spiegazione del contesto e degli stumenti usati durante la cerimonia, il gruppo di curiosi amatori del Giappone casualmente riunitosi in occasione della dimostrazione, si sposta nella sala 36 del museo. Proprio lì è stato ricostruito, da maestri giapponesi e con materiali giapponesi, l’interno di una stanza del tè. 2016-02-11 14.42.29

Materiali semplici e naturali danno forma ad un’ambiente monocromatico che a prima vista potrebbe sembrare spoglio e povero ma che racchiude in sè accuratezza nella composizione e nelle forme.

L’ospite non può distrarsi, la sua mente non può vagare e perdersi in futili pensieri. Ad adornare  le pareti solo una stampa tradizionale, solitamente con proverbi o frasi conosciute, e un fiore. Rigorosamente fresco e di stagione.

Una signora giapponese, nella sua gentile e minuta figura ci mostra la cerimonia in tutti i suoi cadensati e lenti movimenti. Io, l’ospite sul tatami, quasi di fronte, la osservo. I problemi a lavoro, la ricerca di una carriera migliore, gli amici e i loro consigli, la mancanza di tempo… tutto sfuma. I miei occhi sono sulle sue piccole mani mentre danzano al ritmo del silenzio.

Il tè è una polvere verde che viene mischiata con acqua calda. Trovo che sappia di alga. Quindi in realtà mi piace. Fingo di ammirare, come da copione, la tazza, che non mi attrae particolarmente, e gli strumenti, che invece trovo finemente intagliati. Dopo l’ennesimo inchino, le spiegazioni della curatrice si diradano e la cerimonia si conclude. Aleggia nei nostri occhi il fascino dell’aver assistito ad un rito che, come tale, lascia un senso di rilassatezza e purezza. Lentamente, quasi stordito, il gruppo si dissolve e il singolo ritorna alla propria realtà.

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Una serata allo Sheldonian Theatre

Questa settimana ad Oxford si tiene l’Oxford Litererary Festival, evento annuale che si prefigge di avvicinare il pubblico a scrittori di vario genere e non solo.

Sto avendo modo di prendere parte all’evento da volontaria e finora ho assistito a due soli incontri, ma l’ultimo ha lasciato il segno.

Questa sera alle 7:00 allo Sheldonian Theatre il noto novellista fantasy Philip Pullman chiacchierando con il meno noto Paul Blezard introduceva alcuni brani scelti di musica classica (e non), eseguiti dall’ Orchestra of St John’s.

È stata un’enorme emozione ritrovarmi in un cosí piccolo e accogliente teatro che ha accolto al suo interno le migliori menti inglesi nei secoli. Seduta ascoltavo le note soavi, incantevoli, incalzanti prendere il volo da viole, bassi, violini e da un pianoforte.

La terza esecuzione era di Mozart e non mi era nuova ma l’introduzione realizzata da Pullman è stata emozionante. Ha raccontato di avere ascoltato il brano per la prima volta a scuola proprio il giorno in cui conobbe una ragazzina e se ne innamorò su queste note di Mozart. All’epoca non ne conosceva il testo, ma quando anni dopo scoprì che il tema di Voi che sapete dalle Nozze di Figaro parla proprio dell’innamoramento, ne rimase estasiato.

L’esecuzione della soprano Hannah Davey è stata molto intensa. Ovviamente le mie sono solo parole dettate dall’emozione di chi non ha gli strumenti per esprimere un qualsiasi parere degno di nota ma per me, esponente di pubblico ignorante, è stato molto piacevole.

E poi il testo. Ho avuto i brividi.

Sento un affetto pien di desir,
Ch’ora e diletto, ch’ora e martir.
Gelo e poi sento l’alma avvampar,
E in un momento torno a gelar.
Ricerco un bene fuori di me,
Non so chi il tiene, non so cos’ e.
Sospiro e gemo senza voler,
Palpito e tremo senza saper,
Non trovo pace notte ne di,
Ma pur mi piace languir cosi.

 

Al piano per il terzo brano di Bach, Italian Concerto BWV 971, 1st movement, Maki Sekiya. Così leggiadra la giapponesina e così minuta ai miei occhi che la guardavano dall’alto degli spalti. Eppure sembra essere un piccolo gigante nel mondo della musica. Sinuosa si accomodava al piano lasciando dietro di sé una scia di velo azzurro. Sembrava vestita di cielo. E poi accarezzava I tasti, chiudeva gli occhi e con quelle sopracciglia inarcate sembrava implorasse la musica di ricambiare il suo amore e la sua passione.

Si sono susseguiti altri brani di Bach, Monteverdi, Beethoven, Brahms, Shubert , Medtner (tra I preferiti di Pullman) e Tchaikosky.

A lasciare il posto ad un vivare Tchaikosky, un brano jazz di Ellington, “Take a train”.

È stato un viaggio di due ore tra le note di grandi artisti, guidati dalla voce di un ottimo scrittore contemporaneo, all’interno di un piccolo capolavoro architettonico, simbolo di una città secolare come Oxford.

È freddo fuori, la primavera sembra non essere arrivata qui nell’oxfordshire di notte, ma oggi la giornata si è conclusa nel miglior modo possible.

Per i vicoli genovesi

Il 1.7.2013 mi trovavo a Genova. Dopo quattro mesi in Spagna e due giorni a Trapani il 30.6. 2013 ho preso un volo con destinazione Genova. Causa del viaggio, un esame. Proprio per questo sono partita sprovvista di qualsiasi equipaggiamento da buona turista per dare spazio a libri e appunti. Prima grande assenza: la macchina fotografica, rimpiazzata, per l’occasione dall’immancabile agendina.

Riporto parte di ciò che ho scritto sulla stessa in quei giorni:

01.07duomo Genova 1.2013

Genova profuma di mare. Te ne accorgi anche solo passeggiando per le sue stradine. E il dolce profumo della salsedine mi risveglia i sensi, soprattutto dopo che, per quattro mesi, ne ero stata lontana. I due giorni a Trapani sono stati come stare in un limbo, chiusa in casa a studiare. Non mi ero nemmeno resa conto di essere tornata in Italia. Adesso sì che inizio a prendere atto del cambiamento.

Mi ritrovo qui a Genova senza altro per registrare il mio passaggio se non un’agendina. Posso registrare anche le immagini solo attraverso la grafite o l’inchiostro e già assoporo i giri che farò domani in compagnia di questi poliedrici strumenti.

Dopo l’esame la prima tappa un classico: l’acquario!

IMPRESSIONI BREVI

Acquario: porzioni di microcosmi affettati e racchiusi in teche di vetro deformanti. Chissà come ci vedono loro, i pesci. Il più simpatico: il pesce trombetta, per l’incanto sprigionato dai suoi occhi, perennemente in attesa di annunciare l’arrivo di qualche blasonato.

Cuccioli di pinguino giocherelloni fanno mostra di sè esibendosi in bagnate piroette e corse subacquee.

Certo, rispetto a quello di Sidney, impressiona meno, soprattutto per varietà e grandezza. Ma resta sempre una delle attrazioni migliori che offre la nostra penisola e non a caso si trova in una città come Genova che per secoli si è contraddistinta per la sua viscerale relazione con il mare.

Impossibile non pensare a come dovesse apparire la città e, soprattutto, il suo porto nel XV e XVI secolo. E proprio sul porto Antico, tra altre imbarcazioni, si staglia il profilo di un galeone, il Neptune, che, nonostante le sue apparenze, venne costruito solo nel 1986 in Tunisia per il film I Pirati di Roman Polanski e poi utilizzato nel 2011 come setting di una miniserie televisiva statunitense sulle avventure di Peter Pan, Neverland. Con uno sfondo simile è impossibile non perdersi in fansticherie sul passato, forse anche più fiabesco che reale.

Il segno della storia di Genova, secondo il mio modesto parere, sono le persone, è la multiculturalità che anima le sue strade. All’occhio di un visitatore Genova accoglie ogni straniero. Nei negozietti chi ti porge il resto può avere mani di ogni colore, dal bianco euroasiatico, al nero senegalese. E non sembrano ghettizzati, ma parte integrante della popolazione locale!Anche se la signora che gestiva l’hotel dove ho trascorso le mie tre notti genovesi mi ha palesato la sua insofferenza nei confronti della politica che permette un’immigrazione a suo parere massiccia, per le strade ho respirato una fresca aria di tolleranza. Non solo per gli immigrati, ma per i disagiati, in generale. Così ho preferito tornare a casa con l’immagine di una Genova che continua ad essere un crocevia di persone, pescatori, commercianti e viaggiatori. Un accogliente crogiolo di culture e tradizioni.