Sri Lanka – giorno 4

25 aprile 2018

Come ogni giorno dall’inizio del viaggio, abbiamo cominciato la nostra giornata con una bella colazione assortita. È ormai assodato che i pasti saranno solo due: colazione e cena. Per pranzo siamo sempre in giro, fa anche molto caldo e non abbiamo realmente fame, uno snack va benissimo, quindi siamo lieti di concederci un’abbondante colazione.

Di ritorno verso le nostre camere, lungo il viale alberato, ci fermiamo ad osservare uno dei molti alberi di anacardo. Maestosi si ergevano lungo il vialetto che conduceva alle nostre camere. I rami tendevano in varie direzioni e al termini di alcuni di questi rami vi era un frutto giallo, come una mela o un pomodoro oblungo e a testa in giù e al posto del picciolo un altro frutto dal guscio verde ed arcuato, l’anacardo.

A pochi passi da noi, una dipendente dell’albergo nota la nostra curiosità e ci porta dei frutti da assaggiare. Purtroppo non gli anacardi come speravamo, ma il primo dei frutti che ho descritto quello giallo, che poi ho scoperto chiamarsi mela di acagiú. Dal sapore aspro e poco gradevole, questo frutto non ha accolto i nostri apprezzamenti a dir il vero. Quindi non contenti, abbiamo raccolto un anacardo cercando di aprirlo. Uno di noi, ha avuto la felice idea di provare ad aprirlo con calma in camera, magari usando i denti. è stata un’operazione poco felice, Dopo qualche tentativo, il nostro “eroe” ha avvertito qualche pizzicore nella bocca e ha smesso di provare. Wikipedia ci ha poi informato che il guscio dell’anacardo è velenoso e provoca irritazioni cutanee.

Bene, abbiamo cercato di fare il possibile per calmare il fastidio, e già qualche segno sulla pelle s’iniziava a intravedere e di corsa abbiamo preparato le valigia per lasciare l’hotel.

Lungo il tragitto verso Kandy, Chami si è fermato in uno Spice Garden. È stata una sorpresa per noi, perché non era incluso nel nostro itinerario, ma io amo le piante, quindi fermarsi un bel giardino mi è sembrata più che una buona idea. La nostra guida, che ovviamente ci è stata presentata come un amico di Chami, ha iniziato il tour mostrandoci una pianta di vaniglia, e così via, ci siamo fermati di fronte a varie piante – cacao, tè, curcuma, cannella, pepe, caffè, aloe vera, noce moscata ecc..

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Eravamo tutti più che entusiasti della visita. Col senno di poi devo ammettere che nostante avessimo avuto dei segni di allarme, ci siamo lasciati volentieri incantare dalla sua arte oratoria, e nonostante non volessimo necessariamente comprare nel negozio – tappa finale del tour ovviamente- alla fine ognuno di noi ha portato a casa qualcosa. È stato piuttosto spiacevole rendersi conto di quanto i prodotti acquistati non fossero minimamente all’altezza delle aspettative. Oserei dire che si è trattato di puro inganno dato che alcune creme avevano addirittura un altro odore da quelle che avevano annusato durante il tour. Una vera e propria fregatura da turisti inesperti, che non riesco ancora a perdonarmi. C’erano tutti i presupposti per capire che non bisognava fidarsi, eppure alla fine abbiamo ceduto. Per fortuna il tour è stato piacevole e cerco di ripetermi che è come se avessimo pagato un biglietto d’ingresso in un qualsiasi giardino qui in Inghilterra. Amen.

Eppure quando siamo risaliti sul van eravamo tuti contenti della nostra esperienza e dei nostri acquisti – non è forse questo ciò che conta di più? Così Chami ci ha proposto un’altra fermata in cio’ che ha definito uno jewellery museum. Nessuno di noi era realmente convinto di volerci andare, ma non sapendo l’opinione degli altri allla fine abbiamo tutti acconsentito. L’esperienza è stata più che mediocre, ma fortunatamente non ha comportato nessun acquisto. Ci hanno chiuso in una stanzetta a guardare un video sulle miniere in Sri Lanka e sul metodo di estrazione locale di estrazione dei minerali, per poi essere accompagnati in ciò che per loro era un museo delle pietre – una stanza con pietre allo stato sia grezzo che lavorate. Infine siamo stati accompagnati in negozio. Ovviamente. Dopo aver guardato qualche vetrina mentre eravamo braccati dai commessi che cercavano di venderci qualcosa, siamo andati via, scontenti dell’esperienza.

Finalmente arriviamo nell’affollata Kandy ed entriamo al Tempio del dente, il luogo di culto buddista più importante in Sri Lanka. Come il nome stesso suggerisce il tempio custodisce un dente del Buddha giunto nel medesimo luogo nel sesto secolo dopo varie peregrinazioni in India e Sri Lanka. Purtroppo non rimane nulla del tempio costruito nel XVIII secolo e distrutto da una bomba del 1998. L’atto terroristico porta la pesante firma dell’LTTE (Liberation Tigers of Tamil Elam), un gruppo militante fondato nel 1976 che portò alla a sanguinose guerre civile, l’ultima delle quali finì nel 2002.

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DSC_0102Bella Sidney Woolf, sorella del marito di Virgina Woolf, Leonard ha lasciato una testimoniaza su questa reliquia, all’epoca visibile al pubblico. Secondo la sua testimonianza il dente conservato è almeno 7 centimetri di lunghezza, quindi impossibile sia appartenuto ad un essere umano. Qualsiasi sia la verità su questo oggetto, resta comunque un elemento di forte devozione per il popolo buddista.

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All’interno del tempio si trova anche un museo dedicato all’elefante Raja, un elefante che ha ricoperto un ruolo di spicco in un’importante processione locale per una cinquantina d’anni. Era così amato dalla popolazione che alla sua morte venne dichiarato lutto nazionale. Nel museo si conserva il corpo impagliato di Raja.

Dopo una passeggiata intorno al lago di Kandy, abbiamo infine assistito ad uno spettacolo di danza tradizionale.

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Kensington Palace

Visitare Kensington Palace è davvero semplice se si vive ad Oxford, basta prendere l’Oxford Tube, scendere a Notting Hill, e dopo qualche minuto a piedi, ecco i Kensington Gardens. Così sabato scorso, nonostante le raffiche di neve, abbiamo deciso di visitare questa ben nota attrazione turistica.

Il nome Kensingotn è familiare a molti. I giardini fanno da sfondo alle avventure di Peter Pan in Peter Pan in Kensington Gardens di J.M. Barrie e il palazzo è tuttora residenza reale dei duchi di Cambridge William e Kate, del principe Harry e di altri membri della famiglia reale. Inoltre tutti ricordiamo il tappeto di fiori dinanzi al cancello d’ingresso del palazzo nell’estate del  1997 per la morte di Lady Diana.

Screen Shot 2018-03-19 at 20.30.37Il palazzo, in origine una villetta a due piani, venne acquistata da re William III nel 1689 perché i sovrani volevano trovare una residenza più consona alla cagionevole salute del re, ossia un luogo lontano dalle acque del Tamigi. Christopher Wren venne subito incaricato di ampliare la villetta. L’ingresso principale, spostato ad ovest sull’odierna Palace Avenue, venne sormontato da una torre con orologio e ai lati si costruirono un’ala nord per gli appartamenti della regina, e una sud per quelli del re.

Screen Shot 2018-03-19 at 20.34.00La visita inizia dalla scalinata del re, ricostruita in marmo in seguito a un incendio che nel 1961 distrusse parte delle stanze a sud. I dipinti alle pareti sono di William Kent, che era ancora un pittore poco noto quando re George I gli iniziò a commissionari alcune decorazioni. Gli affreschi della scalinata, completati nel 1725, in realtà furono l’ultima commissione per Kent. Gli invitati a corte salendo i gradini illuminati dalle lanterne a lato avrebbero riconosciuto sulle pareti i volti di alcuni cortigiani dell’epoca. Ad esempio Peter the Wild Boy ritratto nell’ultima scena in verde. Peter era diventato famoso alla corte del re inglese. Era stato trovato all’età di 11 o 12 nelle foreste di Hannover e  venne descritto come un mezzo uomo/mezzo animale Incuriosito dalle storie di questo ragazzo che non era in grado di parlate, re Giorgio, lo fece portare alla propria corte e lo regalò, ahimè lo si considerò quasi alla stregua di un oggetto, alla nuora, la principessa Carolina di Ansbach. Peter fu al centro di dibattiti culturale sul tema del ‘selvaggio’ da parte di Swift e Defoe, il primo trattando l’argomento in modo satirico in The most wonderful wonder that ever appeared to the wonder of the British nation, il secondo analizzandone l’umanità in Mere Nature delineated.

20180317_151202.jpgLa visita continua nella pinacoteca di re William III progettata nel 1695 e che conserva Le Muse di Jacopo Tintoretto; l’Adorazione dei Magi di Veronese, copia parziale di un’opera conservata alla National Gallery di Londra; e l’Alluvione di Jacopo Bassano. Tutte opere acquistate da Charles I dalla collezione Gonzaga e che vennero esposte in questa sala per progetto di William Kent, sotto George I.

Il salotto del re venne arricchito da un affresco sul soffitto (1722) e da opere d’arte alle pareti sotto il regno di George I e grazie ai sapienti interventi di William Kent. Questa stanza era il punto focale della vita a corte in cui il re incontrava membri della corte ambasciatori e sovrani stranieri. Non si trattava solo di visite ufficiali, ma si intrattenevano gli ospiti anche con giochi a carte, balli e banchetti. Nella sala si può ammirare un Venere e Cupido del Vasari, che era una delle opere predilette di re George II. Quando il re tornò da Hannover nel 1735 e scoprì che la regina in sua assenza aveva spostato alcuni quadri, tra cui questo, s’infuriò e ordinò subito che il dipinto tornasse a suo posto.

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La stanza della cupola fu il primo lavoro che George I commissionò a William Kent. splendide forme e sontuosi tinte dorate riescono a coprire la povertà dei materiali usati, non marmi pregiati, ma legno e intonaco. William Kent riuscì infatti a farsi commissionare il suo primo progetto dal re proprio perché chiese un compenso, 300 sterline, di gran lunga  inferiore  rispetto a quello chiesto da un ben più rinomato artista del tempo, Serjeant Painter, che invece ne voleva 800. Il soffitto venne dipinto con al centro il simbolo dell’ordine della giarrettiera, il più alto ordine cavalleresco inglese, per sottolineare la discendenza inglese della famiglia reale, originaria di Hannover. In questa sala venne inoltre battezzata la principessa Victoria, figlia di George II e futura regina.

La Privy Chamber era una delle stanza preferite della regina Caroline e del re George II in cui intrattenevano i propri ospiti. Non a caso venne decorata con ritratti degli antenati inglesi della coppia, proprio per sottolineare il diritto dei sovrani al trono dato nonostante le proprie origini germaniche. I volti così simili di due sorelle, Mary e Anne, scrutano e, allo stesso tempo, incantano i visitatori di oggi.

The Precence Chamber era la stanza in cui il monarca si consultava con i propri ministri. Da notare il caminetto adornato – qui si può vedere un dipinto che lo ritrae com’era nel XVIII secolo.

Si arriva così agli appartamenti della regina, dove Mary morì nel 1684 di vaiolo a soli 32 anni. C’è una piccola graziosa stanza da letto con baldacchino decorato, e una sala da pranzo dove Mary e William solevano cenare in privato, spesso a base di birra e pesce, lontano da occhi indiscreti. La camera seguente, the Queen’s Chamber, è la stanza in cui la regina Anne, succeduta al trono dopo la morte del cognato William III, ebbe un clamoroso litigio con Sarah Churchill. Il rapporto tra queste due donne

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Queen Anne

è sempre stato piuttosto discusso. Fragile e insicura la regina Anne strinse un’amicizia molto intima con Sarah Jennings, una dama di corte. Sarah, rinomata a corte per la propria bellezza manipolatrice, sposò John Churchill e venne poi nominata da Anne Lady of the Bedchamber. Quando William III e Mary divennero sovrani nel 1689, Anne non si allontanò dall’amicizia invadente di Sarah, anzi continuò a cercare la sua compagnia forse anche per sopperire alla propria eterna solitudine, segnata dalla perdita di ben 17 figli. Infine, quando Anne fu incoronata regina nel 1702 e Sarah divenne automaticamente la donna più potente della corte,  Sarah raggiunse il culmine della propria influenza facendo insignire il marito del titolo di primo duca di Marlbourgh, divenendo così anche lei a sua volta duchessa. Col passare degli anni la regina si sentì sempre più sola e il rapporto con Sarah si deteriorò talmente che pare sia stata la stessa Sarah, forse mossa da gelosia,  a spargere la voce su eventuali relazioni illecite della regina con alcune donne della corte. Anne finì per ritrovarsi sommersa da velenose illazioni e alla fine, stremata da questi pettegolezzi, cacciò via Sarah dalla corte proprio nella Queen’s Chamber di Kensington Palace.

 

Dopo questa parentesi di gossip storico, torniamo alla visita. Dopo la Queen’s Chamber, si trova la Queen’s Gallery, un’estensione degli appartamenti reali voluta dalla regina Mary. Quest’ampia e lunga sala adornata da quadri e opere d’arte porta alla scalinata della regina, molto più semplice di quella del re, e caratterizzata da scalini alquanto bassi per poter consentire alla regina una soave e scenica discesa.

Questa scalinata conduce dal secondo piano al primo, dove si trova la sezione dedicata alle regina Vittoria che purtroppo al momento è chiusa al pubblico per restauro. In compenso si può visitare la mostra Diana: Her fashion story, ma ne parlerò nel mio prossimo post.

 

 

 

In Galles: Cardiff Bay e Tintern Abbey

Domenica scorsa ci siamo svegliati di buon mattino e, dopo un’abbondante – ma non troppo – colazione, ci siamo diretti verso Cardiff Bay.

Uno dei motivi del nostro viaggio in Galles era la nostalgia del mare – mia ovviamente, quindi una visita alla baia era d’obbligo. Purtroppo abbiamo scelto il weekend in cui l’aria si preparava all’arrivo della Beast from the East, il freddo siberiano che avrebbe poi coperto di neve gran parte dell’Inghilterra e il nord/ centro Italia.

Il panorama dalla baia era stupendo, con colori brillanti e vivaci ma, nonostante la presenza del sole, la baia era costantemente battuta da un vento gelido che ha reso la nostra passeggiata da piacevole a interminabile. Abbiamo camminato lungo Stuart Street verso est passando per il Pierhead Building, edificio del XiX secolo, e per il più che moderno palazzo dell’Assemblea Nazionale Gallese.

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Poi lungo la stessa direzione abbiamo imboccato Harbour Drive. Alla fine di questa strada abbiamo preso la decisione sbagliata, ovvero percorrere tutta la baia, attraversare il ponte e tornare sulla terra ferma dall’altro lato. Il vento sferzava impietoso nella zona più esposta della baia quindi, nonostante il bellissimo panorama, non siamo riuscite a goderci appieno l’esperienza.

La città di Cardiff deve la sua passata fortuna alle miniere di carbone e agli inizi del secolo scorso proprio questa zona portuale era gremita di imbarcazioni. Dopo la seconda guerra mondiale iniziò il suo lungo declino e la zona venne completamente abbandonata fino al 1987, anno in cui fu intrapreso un progetto di riqualificazione dell’area che nel corso degli anni l’ha trasformata in ciò che è adesso.

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Dopo l’estenuante giro della baia, ci siamo diretti al castello di Cardiff. Anche questo, come il Castello di Caerphilly, venne ampiamente restaurato in stile neogotico vittoriano. Circondato da una riproduzione vittoriana di mura romane, il castello è formato da edifici risalenti a varie epoche storiche, come il Norman Keep del XII secolo, la Black Tower del XIII secolo, e anche la torre dell’orologio di stile neogotico, progettata dal terzo marchese di Bute e dall’architetto William Burges.

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Dopo un gustosissimo pranzo a base di tapas al Bar 44, ci siamo diretti verso la nostra ultima tappa: Tintern Abbey.

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Questo bellissimo complesso monastico venne costruito tra il XII e il XIII secolo, e ciò che ne rimane è solo un’ossatura in pietra. Apice di bellezza di questo complesso architettonico è la finestra occidentale che, spoglia della propria vetrata originaria, si erge tenacemente con i suoi archi ogivali gotici sul paesaggio.

L’affaccendata quotidianità monastica che si era protratta in questo luogo per oltre 400 anni, venne bruscamente interrotta nel 1536 quando l’abate Wyche si arrese ad Enrico VIII e consegnò il monastero ai rappresentati della corona. La dissoluzione dei monasteri inglesi voluta de Enrico VIII, ufficialmente per promuovere la nuova fede ma ufficiosamente al fine d’impossessarsi dei bei della Chiesa, è uno dei peggiori colpi inferti al mondo dell’arte nella storia d’Europa.

 

Si resta senza fiato ad entrare in quella che era la chiesa del monastero, il cuore pulsante della vita della confraternita. Ciò che ne rimane sono immagini surreali.

Le possenti mura in pietra delle navate cadenzano una successione di archi e tracciano il profilo di finestre bifore. Fin qui sembrerebbe una normale chiesa inglese, eppure volgendo la sguardo in basso ci si ritrova su dell’erba e la luce del sole penetra indisturbata tra le finestre e attraverso quello che una volta era il soffitto, creando giochi di chiaro sui pilastri a fascio.

Ci sono anche altre zone dell’abbazia in buono stato come il refettorio e un forno nelle vicinanze. Sembra quasi che la distruzione sia avvenuta solo qualche anno fa, e invece sono passati quasi 500 anni. E l’incompletezza del sito lascia quasi più spazio all’immaginazione del visitatore che, un po’ come un esploratore romantico, si trova a sognare tra le sue mura.

Tintern Abbey è anche citata nel titolo di una ben nota poesia di William Wordsworth pubblicata nelle Lyrical Ballads, Lines Composed a Few Miles above Tintern Abbey, on Revisiting the Banks of the Wye during a Tour. July 131798. Ed è proprio mentre attraversavamo in macchina la Wye Valley di ritorno ad Oxford che, incantati dai suoi paesaggi fiabeschi, abbiamo deciso di tornare a breve.

 

Il Galles: un castello, dei giardini, e finalmente il mare.

Ieri mattina siamo stati insolitamente svegliati da raggi del sole che s’insinuavano tra le tapparelle. È sempre piacevole quando riesci a vedere il colore azzurro del cielo durante l’inverno inglese, e ancora più piacevole quando succede nel weekend in cui hai programmato un viaggetto. Questa per noi era la volta di Cardiff.

A dir il vero, nonostante fossimo già a Cardiff in mattinata, abbiamo deciso di prendere la machina e guidare fino a Caerphilly, a nord di Cardiff, per vedere il suo castello fiabesco.

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Caerphilly, con i suoi 12 ettari, è il castello più grande del Galles e il secondo in Gran Bretagna dopo il castello di Windsor. La sua costruzione, terminata nella seconda metà del XIII sec, faceva parte della campagna di conquista del Galles da parte degli Anglo-Normanni che portò alla costruzione di possenti fortificazioni in tutto il Paese.

Nel XII sec. La famiglia de Clare ottenne delle terre nella contea Gallese di Glamorgan e il barone Gilbert de Clare, nonostante l’opposizione del principe gallese Llywelyn ap Gruffudd e della popolazione locale, promosse la costruzione di questo imponente castello.

Parzialmente distrutto durante la guerra civile inglese nel XVII sec., venne acquistato dalla famiglia dei marchesi di Bute nel secolo successivo, e gradualmente restaurato.

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Circondato da un ampio fossato colmo d’acqua che si divide in una sistema di laghetti, il castello visto dall’alto sembrerebbe costruito su un’isolotto – probabilmente Gilbert de Clare s’inspirò al castello di Kenilnworth, del quale purtroppo restano solo rovine.

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Il castello è dotato di pannelli informativi, video e di uno schermo interattivo. Troverete  la maggior parte delle informazioni principalmente all’ingresso. La visita, tra scale a chiocciola nelle torri e stanze più o meno ampie, lascia ampio spazio all’immaginazione del visitatore.

Dopo una breve visita al centro d’informazione turistica di Visit Caerphilly e un delizioso pancake al cioccolato da Glanmor’s, ci siamo diretti a sud-ovest, verso i Dyffryn Gardens.

La tenuta è famosa per i suoi giardini che Visit Britain annovera tra i migliori 100 giardini del Regno Unito. Essendo andati nel periodo invernale non abbiamo avuto modo di ammirare pienamente la varietà della vegetazione e i suoi colori, ma ci siamo goduti una visita all’interno della casa, parzialmente in ristrutturazione, e un percorso tra i vari giardini.

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La storia di questa tenuta è molto antica, ma verrà concepita e progettata per come la vediamo adesso solo nel 1891 dall’architetto Thomas Mawson, sotto la supervisione del proprietario John Cory. Erede di John fu il figlio Reginald, esponente della Royal Horticultural Society  e collezionista di piante da tutto il mondo. Al momento la proprietà è del Vale of Glamorgan Council, quindi regionale, ma è stata concessa in gestione per 50 anni alla National Trust nel 2013.

Non contenti di aver visitato due attrazioni, ci siamo diretti verso la costa in direzione Barry Island.

Siamo stati accolti da una cittadina assopita, con poca gente per strada e saracinesche abbassate. Dirigendoci verso l’isola, o meglio la penisola, perché Barry Island cessò di essere un’isola nel 1880, abbiamo incontrato più gente, ma certamente poca in confronto con l’afflusso estivo.

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Padroneggia Barry Island, Whitmore Bay, una classica spiaggia inglese sul cui lungomare sabbioso si susseguono sale giochi, giostre, gelaterie e rivenditori di fish & chips.

Nonostante il freddo pungente (0 gradi, mica poco per una siciliana di costa come me) e il vento, abbiamo percorso tutta la baia fino a Friars Point. Da lì, abbiamo poi continuato la nostra passeggiata dal lato di Watch House Bay, probabilmente meno popolare in quanto non attrezzata, ergo più affascinante.

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Dopo aver dato omaggio alla cultura culinaria inglese con un bel fish & chips alla luce del tramonto, siamo tornati a Cardiff, piuttosto stanchi aggiungerei, ma pronti per affrontare un’altra giornata all’insegna del turismo il giorno seguente.

Passeggiata a Watlington Hill

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Finalmente sembra che la primavera abbia voglia di far capolino anche nelle fredde e buie giornate del sud dell’Inghilterra. La coltre di nubi che solitamente copre il cielo inglese stamattina ha lasciato spazio a scorci di cielo limpido. Come non approfittare e fare una passeggiata nel verde?

Così ci siamo diretti a Christmas Common, un paesino nel sud-est dell’Oxfordshire lungo le Chiltern Hills.

Dopo aver parcheggiato la macchina, e aver fatto conoscenza di due docili asinelli che si dilettavano al sole vicino al parcheggio, abbiamo iniziato la nostra passeggiata – potete trovare il percorso qui, noi abbiamo fatto la walk 2 e poi la 1.

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Lungo il cammino, vedrete molti alberi di tasso, riconoscibili dalla corteccia bruno rosata e dalle foglie lineari che in lontananza sembrano aghiformi. Attenzione perché rami, foglie e semi sono velenosi – anche per l’uomo- contengono infatti un principio attivo chiamato tassina e che ha effetto  narcotico e paralizzante sull’uomo e su molti animali domestici.

Grazie alla loro resistenza ed elasticità, anticamente i tassi venivano usati per fabbricare archi. Il più antico esemplare è datato 450,000 anni fa.

 

Ad un certo punto del percorso, dopo uno dei vari kissing gate tipici delle campagne inglese, vi troverete di fronte ad una collina erbosa. Giusti in cima, si può godere di un rilassante panorama della Watlington Hill, con a destra un bosco di tasso, riconoscibile dalle fronde verde scuro, e di uno scorcio dell’Oxfordshire con Didcot in lontananza, sulla sinistra.

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Nonostante il panorama mozzafiato, non abbiamo potuto vedere ed ammirare la varietà floreale descritta nel percorso. Pare infatti che recandosi in primavera ci si imbatta in un campi fioriti che attirano specie anche rare farfalle e api, e anche in alberi di ciliegio dai caratteristici fiori bianchi. Niente di tutto questo in inverno, ma febbraio, per fortuna,  ci ha regalato qualche bucaneve e del muschio dal verde acceso.

Dopo un breve percorso in un bosco di faggi, siamo tornati al punto di partenza. Siccome la passeggiata è stata abbastanza breve e ancora il cielo sembrava ancora clemente, abbiamo deciso di seguire il percorso della walk 1 imboccando una stradina a sinistra della cassetta delle lettere di Christmas Common.

Alla prima biforcazione abbiamo seguito una viuzza a sinistra di un’abitazione e ci siamo ritrovati nuovamente in un bosco di faggi, querce e tassi.

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Verso la fine di questo secondo percorso, caratterizzato da vari punti scivolosi e fangosi, abbiamo avvistato un branco di cervi oltre una rete. Purtroppo mentre avanzavamo cercando di fare meno rumore possibile e al contempo di non scivolare nel fango, siamo stati avvistati (ovviamente) e il branco ha iniziato ad allontanarsi all’orizzonte.

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Non si nota bene dalla foto ma uno dei due esemplari a desta era un maschio. Salta all’occhio invece l’esemplare albino.

Insomma una bella passeggiata per interrompere la monotonia cittadina. Consiglio di visitare il sito delle Chiltern Hills per maggiori informazioni su questo e tanti altri percorsi.

 

 

Alla scoperta di Mucha

 

Mucha è un nome forse poco conosciuto ai più, ma sicuramente  lo stile inconfondibile delle sue stampe lo riconoscerete. Io ricordo vividamente l’immagine de l’Eclat du Jour, della serie Times of the Day (1899), stampata in una pagina di un libro di scuola- forse delle medie. Credo si essere stata principalmente attratta dalla posizione delle braccia e dall’espressione del viso della figura femminile e ricordo che tratteggiai la sua posa ferma e armonica su un foglio di carta.

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Quel disegno fu uno dei primi che mi diede soddisfazione, quindi per me l’idea di visitare il Mucha Museum  durante il mio soggiorno a Praga è stata davvero irresistibile.

Screen Shot 2017-03-24 at 07.37.50Le pareti del museo raccontano la storia dell’artista ceco e di come acquisì fama grazie a Gismonda, il poster che gli fu commissionato per puro caso la notte di S.Stefano del 1894 da Sarah Bernhardt, famosa attrice parigina dell’epoca. L’uso innovativo della forma allungata per i poster gli permise di ritrarre attori e attrici – Sarah in particolare- a figura intera  e di circondarli da decorazioni geometriche e floreali. Entrambi questi accorgimenti contribuirono a sancire il suo immediato successo. Da notare anche  in molte opere il design del testo, chiaramente ispirato ai caratteri della scrittura ebraica.

Le figure femminili rappresentano un tema ricorrente nei lavori di Mucha, così come nell’Art Nouveau in generale. La cosiddetta femme nouvelle venne usata per scopi sia allegorici che decorativi in quanto celebrazione della femminilità come antidoto ad un presente moderno eccessivamente industrializzato, impersonale, e prettamente “maschile”.

I poster di Sarah e le sinuose silhouettes delle modelle incorniciate da decorazioni floreali adornano le pareti di buona parte del museo. Ma l’ultima sezione svela una sensibilità dell’artista alle questioni sociali e politiche del proprio paese d’origine quasi inaspettata.

Lasciata la Moravia, per formarsi a Vienna e a Monaco, Mucha si guadagna la propria fama tra Parigi, Chicago e New York. Gli verrà anche commissionato dall’impero Austro-ungarico  il compito di creare delle decorazioni per l’Exposition Universelle di Parigi del 1900, per cui lo stesso  governo gli finanzierà un viaggio nei Balcani. Proprio durante quel viaggio Mucha maturò l’idea di creare quello che per lui sarebbe stato il proprio capolavoro, la Slovanská epopej– una serie di venti enormi tele che raffigurano la storia delle popolazioni Ceche e Slave – esposta adesso al Veletržní Palace di Praga.

Mucha in queste tele si svela quindi un artista partecipe delle vicissitudini di una popolazione dalla storia molto complessa come quella slava, ne esalta le radici e tradizioni comuni, nonostante le differenze culturali e linguistiche. Anche l’arte diventa dunque un mezzo per unire, e mai dividere.

“The purpose of my work was never to destroy but always to create, to construct bridges, because we must live in the hope that humankind will draw together and that the better we understand each other the easier this will become.”

Alphonse Mucha
 Mucha partecipa anche attivamente come artista alla  storia del proprio paese decorando banconote e francobolli nel 1918-19 in occasione della nascita della Cecoslovacchia. Morirà nel 1939, l’anno dell’occupazione nazista della Cecoslovacchia, a causa di una polmonite, poco dopo essere stato arrestato ed interrogato dalla Gestapo in quanto possibile reazionario nazionalista di origini ebraiche.
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Nonostante la bellezza e la grandezza della sua Slovanská epopej, e il suo impegno nella causa slava, ciò che viene maggiormente ricordato e riconosciuto sono i suoi poster teatrali, i calendari e le pubblicità. Eppure dietro ogni linea, ogni foglia tracciata nelle stampe si nasconde lo spirito di un artista rivoluzionario che ha dedicato la propria vita alla ricerca dell’identità del proprio popolo.

Sabato oxfordiano – Torpids

Certi giorni l’università di Oxford offre piccoli scorci emozionanti della vita studentesca anche agli occhi di chi non frequenta il prestigioso Ateneo. É questo certamente il caso delle Degree Ceremonies allo Sheldonian Theatre, periodo in cui l’ignaro passante puó facilmente imbattersi in gruppi di studenti con indosso il classico abbigliamento accademico. Ma forse altri aspetti della vita accademica di Oxford sono meno noti, almeno nel nostro paese. Ad esempio il ruolo di rilievo che ricopre uno sport come il canottaggio.

Seguitissima nel Regno Unito è infatti la sfida tra Oxford e Cambridge, conosciuta come The Boat Race che si tiene ogni anno a fine marzo/ inizi Aprile! Ma non è mia intenzione parlare di questo grande – in UK- evento sportivo, ma di una gara leggermente meno famosa che si tiene qui ad Oxford e che vede gareggiare i college tra loro: Torpids.

È una delle bumping race annuali – l’altra si chiama Summer Eights– in cui i college si sfidano a chi riesce a toccare l’imbarcazione avversaria, in modo da prendere il suo posto in classifica e magari diventare The Head of the River – da qui il nome del pub vicino a Folly Bridge. Non è così semplice e veloce come sembra perché la classifica rimane cristallizzata per l’anno seguente, quindi se si è a fine classica dovranno passare un bel po di anni prima di poter salire dato. La sfida annuale  infatti dura solo 4 gg con una gara al giorno e si può solo cercare di sbattere e quindi invertire la propria postazione solo con la barca di fronte.

Insomma, queste dovrebbero essere le regole sommarie, ecco. Così sabato con la scusa di Torpids siamo andati verso Christ Church Meadow a vedere parte della sfida. Lungo il cammino, sulla destra, uno scorcio di Christ Church college da favola!

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Incantevole! In realtà la giornata è stata anche molto clemente con noi. Siamo arrivati alle boathouses sulle rive del Tamigi e il sole splendeva sui muri bianchi quasi sfrontatamente, anche se il suo calore stentava a farsi notare.

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20170304_140753Ecco sventolare su ogni boathouse lo stemma del college di riferimento. Eppure qualche nuvola minacciosa s’inizia ad intravedere.

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Noi per fortuna ci siamo salvati, ma dopo qualche ora da quando siamo andati via ha piovuto di brutto.

Abbiamo visto solo le gare dell’1:30pm (Women’s Division IV) e delle 2pm (Men’s Division IV).

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Purtroppo non abbiamo visto le squadre migliori che avrebbero giocato alle 5pm, ma ne è valsa la pena lo stesso. Di fronte alle boathouses vedi gli atleti in tensione prima della gara, altri festeggiare chi con champagne (più probabile vino frizzante forse) chi con cioccolatini – con occhi lucidi dopo un probabile periodo di dieta in vista della gara… Insomma si respira un po di adrenalina. Ma non troppa, almeno non nelle due orette in cui passeggiavamo davanti alle boathouses. Insomma, bell’atmosfera. Forse inaspettatamente potrei pensare di vedere anche Summer Eights! Vedremo.

WeeKend in Kent

Poco più di un mesetto fa, Il desiderio di vedere ancora il mare mi ha trascinata nel Kent. Abbiamo scelto un weekend piuttosto richiesto e anche trovare un b&b è stato un piuttosto difficile (airb&b quanto meno impossibile). Alla fine abbiamo optato per una camera notevolmente fiorita (anceh un pò troppo) nella South Wootton House Farmhouse B&B.

Da lì sabato mattina, dopo una bella colazione inglese abbondante, ci siamo spostati verso Canterbury, pronti per visitare la famosa Cattedrale. A dir il vero, con mia grande sorpresa, non ho provato il classico stupore di fronte ad un’opera d’arte cosí immensa. Ne ho obiettivamente riconosciuto la bellezza ma ho avvertito un senso di estraneitá, forse dovuto alla poca conoscenza delle vicessitudini storiche che l’hanno vista protagonista o per lo meno testimone.

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Eppure proprio nella cattedrale avvene un famoso martitio che non posso non citare: Thomas à Becket venne ucciso nel XII secolo in seguito alla sua ostilità nei confronti del ridimensionamento dei poteri ecclesiastici a favore di quelli del sovrano Enrico II.

Dalla storica città di Canterbury, alla tanto agognata costa. Ed eccoci nel pomeriggio al Whitstable Oyster Festival. Profumo di mare finalmente!

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E anche sapore di mare dato che era proprio il festival delle ostriche. Deliziose direi.

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Giornata conclusasi con ottima cena a base di pesce a Canterbury da Chapman’s Seafood Bar & Brasserie. Il giorno seguente siamo andati verso sud, a visitare le imperdibili White Cliff of Dover

Mozzafiato. Dopo una lunga ma piacevole passaggiate nella riserva, siamo saliti di nuovo in macchina per vedere un altro pò di costa. Per fortuna il tempo è stato più che clemente. Ed ecco la spiaggia di Broadstairs:

Finalmente un po d’estate vera anceh in Inghilterra! Proprio una bella cittadina costiera viva, ben attrezzata, turistica ma non eccessivamente e con tanti negozietti carini e bar con tavolini all’aperto. Molto più carina rispetto a Margate, che invece ha molto deluso.

Insomma un meraviglioso weekend tra storia, arte, natura e un tocco di salsedine.

 

Una domenica a Villa Pace

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Nemmeno il tempo di rendermi conto di essere nuovamente in terra sicula e mi ritrovo durante una ventosa domenica mattina, con mia madre e una sua amica, a una mostra archeologica dal titolo Da Zancle  a Messina.

Accoglienza perfetta: abbiamo atteso solo pochi minuti prima di iniziare un fantastico  tour guidato  che ci ha concesso di curiosare tra vasellame e oggetti di vita quotidiana dei nostri più lontani antenati messinesi. Il tutto nella splendida cornice di Villa Pace (proprietà prima della famiglia Sanderson, poi Bosurgi, infine dell’Università di Messina).

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Il percorso, organizzato per temi (abitato/necropoli) e per epoche (età preistorica; greco-romana; medievale e moderna), permette al visitatore di conoscere una Messina antica, sommersa, che però ci sussurra ancora la propria storia.

Fanno parte dei ritrovamenti esposti non solo vasi, salsiere, piatti, ma statuette e altari per ingraziarsi il favore divino; e ancora oggetti probabilmente parte di corredi funerari ed epigrafi. Concentrato all’interno di poche luminose pareti troverete insomma la vita quotidiana, spirituale e ultraterrena rappresentate da reperti di epoche e stili diversi, dal preistorico, all’ellico e al romano.

Visibili al pubblico inoltre epitaffi funerari di grande interesse e una dScreen shot 2016-03-05 at 13.32.43edica della prima età imperiale romana, probabilmente ad Orione, mitico creatore della Falce e del Peloro,  che recita:

Salve, beato germoglio venerabile della nostra terra, signore di Zancle dal bel porto e del capo Peloro, tu che guardi lo stretto passaggio e le correnti dello Stretto, dove, essendo l’onda sospinta avanti e indietro, il mar Tirreno si solleva contro l’Adriatico.

Nell’ultima sala la sezione numismatica che ci ricorda dello splendore e dei privilegi che la nostra città godeva in passato. Ed infine le ceramiche del periodo medievale e moderno,  a noi tutti più familiari.

Grazie al successo e alla copiosa ed inaspettata affluenza apparentemente la mostra, prevista per un solo mese, è stata protratta fino alla fine di marzo. Quindi, consiglio a tutti vivamente di farci un salto, un pò per interesse storico e culturale, per far qualcosa di diverso e nuovo, per vedere la villa, e perché no, per incoraggiare mostre simili nell’attesa che nasca un museo archeologico della città.

 

 

 

 

 

La cerimonia del tè

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Cha no yu è il termine giapponese per indicare la famosa cerimonia del tè, e lettalmente significa “acqua calda per il tè“. Introdotta in Giappone sin dal XV secolo, la cerimonia era principalmente praticata dai samurai con lo scopo di mostrare con orgoglio le proprie ricche collezioni di ceramiche cinesi agli ospiti.

2016-02-11 14.47.03Il rito per come lo si conosce adesso invece, trova le proprie origini  nel secolo successivo per mano del grande maestro del tè, Sen no Rikyu. Fu egli a definire i quattro pincipi essenziali del chanoyu: wa, kei, sei e jaku (armonia, rispetto, purezza e tranquillità).

La stanza del tè, come ci è stato spiegato da Clare Pollard, curatrice della sezione di arte giapponese dell’Ashmolean Museum, è costruita con cura e attenzione ad ogni dettaglio. Innanzitutto per accedervi è necessario percorrere un sentiero immerso nel verde. Nel vero senso della parola. Solo verde, nessun fiore colorato a distogliere lo sguardo, o a distrarre l’invitato. Un solo colore, per calmare la mente, farle abbandonare ogni pensiero mondano e prepararla alla cerimonia.

Così, dopo una breve introduzione storica, spiegazione del contesto e degli stumenti usati durante la cerimonia, il gruppo di curiosi amatori del Giappone casualmente riunitosi in occasione della dimostrazione, si sposta nella sala 36 del museo. Proprio lì è stato ricostruito, da maestri giapponesi e con materiali giapponesi, l’interno di una stanza del tè. 2016-02-11 14.42.29

Materiali semplici e naturali danno forma ad un’ambiente monocromatico che a prima vista potrebbe sembrare spoglio e povero ma che racchiude in sè accuratezza nella composizione e nelle forme.

L’ospite non può distrarsi, la sua mente non può vagare e perdersi in futili pensieri. Ad adornare  le pareti solo una stampa tradizionale, solitamente con proverbi o frasi conosciute, e un fiore. Rigorosamente fresco e di stagione.

Una signora giapponese, nella sua gentile e minuta figura ci mostra la cerimonia in tutti i suoi cadensati e lenti movimenti. Io, l’ospite sul tatami, quasi di fronte, la osservo. I problemi a lavoro, la ricerca di una carriera migliore, gli amici e i loro consigli, la mancanza di tempo… tutto sfuma. I miei occhi sono sulle sue piccole mani mentre danzano al ritmo del silenzio.

Il tè è una polvere verde che viene mischiata con acqua calda. Trovo che sappia di alga. Quindi in realtà mi piace. Fingo di ammirare, come da copione, la tazza, che non mi attrae particolarmente, e gli strumenti, che invece trovo finemente intagliati. Dopo l’ennesimo inchino, le spiegazioni della curatrice si diradano e la cerimonia si conclude. Aleggia nei nostri occhi il fascino dell’aver assistito ad un rito che, come tale, lascia un senso di rilassatezza e purezza. Lentamente, quasi stordito, il gruppo si dissolve e il singolo ritorna alla propria realtà.

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