Sri Lanka – giorno 3

24 aprile 2018

Oggi giornata all’insegna del riposo, o quasi.

Prima colazione al Thilanka Hotel un gran bel miglioramento rispetto all’hotel in cui avevamo alloggiato precedentemente. Quest’albergo direi che raggiunge quasi gli standard del Jetwing Lagoon Hotel in cui abbiamo alloggiato i primi due giorni per il matrimonio della nostra amica.
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Ci attende in sala una colazione a buffet piuttosto variegata, con un menù decisamente internazionale: da latte, cereali e croissant (o brioche), alla colazione inglese con bacon, uova fritte e fagioli, all’americana con pancake e sciroppo d’acero, a quella tradizionale del luogo che include curry, dahl, sambolstring hoppers (nidi di noodle di riso) e milk rice (riso cotto nel latte di cocco dall’aspetto ammassato e non estremamente invitante) e  infine frutta fresca assortita con papaya, ananas, anguria e mango. Come bevande, immancabili tè, caffè e succhi di frutta freschi.
Dopo l’abbondante colazione, ci siamo goduti la piscina per qualche ora, sempre rincorrendo l’ombra per evitare che la nostra scottatura peggiorasse. Per fortuna la piscina dell’hotel era parzialmente all’ombra, quindi siamo riusciti a goderci la frescura dell’acqua senza doverci esporre troppo ai raggi solari.
All’una del pomeriggio eravamo nel van in direzione Polonnaruwa.
Le rovine della città di Polonnaruwa sono certamente tra le attrazioni principali del triangolo culturale formato dalle città di Kandy, Anuradhapura e Polonnaruwa.
Mentre Anurandhapura stava iniziando a soffocare a causa dei persistenti tentativi di conquista dall’India, Polonnaruwa mostra le sue forze rubandole il titolo di capitale del regno singalese con Vijayabahu nel 1055. La città riuscì a mantenere tale titolo durante i due regni seguenti, quello del re Parakramabahu e del principe tamil Nissankamalla. Nel 1996, dopo la morte di quest’ultimo sovrano, iniziò il declino della città dovuto alla formazione di fazioni opposte, tamil e singalese, pronte a scontrarsi per il potere. Questi contrasti terminarono con il regno di Magha, di origine tamil, che si rivelò catastrofico e che causò il declino della città e il suo susseguente abbandono nel 1293, anno in cui Kurunegala divenne capitale.  La città venne così inghiottita dalla giungla fino a metà degli anni ’90, quando iniziarono i primi scavi e tentativi di riportare le suerovine alla luce.
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La nostra visita inizia al museo che, nonostante agli occhi di un occidentale lasci un bel po a desiderare, risulta essere uno dei migliori del Paese. La mostra permanente si pone come obiettivo quello di riportare alla luce tramite fotografie e modellini, l’antica Polonnaruwa. Allo stesso tempo, permette al visitatore di immaginare  e ricreare le bellezze di uno degli insediamenti più importanti e prosperi del passato locale.
Purtroppo il lungo edificio che ospita la mostra non è provvisto di aria condizionata. Questa ha decisamente accellerato i tempi della nostra visita.
È difficile descrivere i resti della città, lascerò quindi parlare le mie foto. Sembrava di stare in una valle dei tempi asiatica, in cui perdersi tra pietre e scorci di colonne e bellezze antiche che hanno assistito inermi allo scorrere dei secoli.

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Il caldo era opprimente, i raggi del sole penetravano le nostre magliette. il luogo quasi deserto.
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 Di ritorno dal Buddist Temple (ultima foto sopra) siamo passati vicino ad una laguna che ci regalato scorci di un lussureggiante verde smeraldo.
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Di ritorno verso l’hotel, abbiamo chiesto a Chami di fermarsi in una tavola calda locale. Così ci ha portati in un piccolo locale ad Habarana. Ottima esperienza, direi.
All’inizio qualcuno di noi era un po diffidente sulle condizioni igieniche del posto, del resto il locale di per sè era molto povero, con anche l’intonaco delle pareti trascurato che trasudata umidità e noncuranza. I tavoli e il resto della mobilia era anch’essa molto povera. LA signora che ci ha serviti, probabilmente la padrona del locale, è stata molto gentile però e ha lavato con acqua bollente le nostre posate e i nostri bicchieri, per sterilizzarli. E ci ha portato un’ottima selezione di snack come antipasto, qualcosa che io da siciliana accosterei ai nostri pezzi di rosticceria. Non potevano mancare i medu vada che avevamo assaggiato il primo giorno, e i samosa.
Come main, abbiamo preso quello che per me è il piatto più buono della cucina singalese: kotthu, un piatto a base di roti (pane non lievitato) mescolato su una piastra bollente insieme a verdure, uova e carne – ma io preferisco l’opzione vegetariana.
Kotthu
Nonostante la fame, le copiosità delle portate ha vinto sul nostro appetito e non siamo riusciti a terminare ciò che avevamo ordinato.
Il conto è stata un’altra bella sorpresa: solo 1200 rupie (equivalente a circa 6 euro) in tutto. Che di solito diventa il prezzo base per un solo piatto in un ristorante per turisti.